mercoledì 24 dicembre 2008

Bambini abusati: cosa si rischia a non farli curare


Biancardi: "Mai arrendersi davanti a un bambino"
In questi mesi sta girando l'Italia per presentare “La cicogna miope”: un successo per certi versi inaspettato, capace di portare il tema della violenza in famiglia e dei modi per riparare il trauma subito fuori anche fuori del pubblico degli addetti ai lavori. Maria Teresa Pedrocco Biancardi, psicologa psicoterapeuta oggi attiva a Bologna, è stata fondatrice a Venezia dei tre Consultori diocesani e del Ctb-Centro per la tutela del bambino e la promozione del benessere familiare; da anni impegnata nella formazione degli operatori della tutela, è autrice di numerosi studi sulle interazioni familiari.

Cosa insegna questo libro?

Insegna che in ogni persona, anche piccola, c'è un'umanità che reagisce anche agli eventi più tragici e può essere aiutata a crescere. Non ci si può arrendere mai davanti a un bambino, anche se devastato da certe esperienze. Tuttavia le condizioni per aiutarlo sono rigorosissime.

Quali sono?

Una terapia formalizzata, di tipo psicologico, competente: non può farlo uno psicologo qualunque, ma deve essere un esperto dei problemi dell'infanzia e non solo sul piano teorico. Deve anche avere la capacità di entrare in modo empatico nel vissuto del bambino. Da questo punto di vista è geniale l'idea avuta dalla psicologa che aveva in cura Chiara, di istituire una “scatola dei rifiuti tossici”, dove la ragazza avrebbe dovuto inserire i bigliettini con scritte le parole o le situazioni che la turbavano. Un'altra condizione è una famiglia capace di entrare nel dolore del bambino e di non cogliere i comportamenti disturbati come un semplice capriccio, una cattiveria, l'espressione di un'aggressività, ma come segnale di dolore, di un dolore terribile; e di rispondere quindi con un'accettazione senza riserve. Una terza condizione è la presenza di qualcuno che sostenga la famiglia in questo difficile percorso.

Insegna anche qualcosa in negativo?

Sì: qui c'è una bambina che non è stata ascoltata e ha dovuto far passare tanti anni senza essere presa sul serio, al punto da passare per deficiente. Che il quoziente intellettivo sia passato da 42 a oltre 80 dice invece che le potenzialità c'erano e non sono state comprese. E poi ci sono i danni fatti, in una fase del percorso, dalla scuola, che non ha offerto il sostegno necessario.

Una famiglia che “ripara”: che cosa significa?

Ripara le ferite del trauma. Il comportamento di Chiara è il comportamento di tutti i traumatizzati: e nella maggioranza dei casi - come si legge in “Vite in bilico”, la più ricca ricerca fatta in Italia sulle conseguenze post traumatiche dei maltrattamenti e degli abusi sessuali - l'esito può essere la prostituzione, la tossicodipendenza, la devianza. Tra le caratteristiche di una famiglia che ripara c'è una grande coesione di coppia (fatta di complicità, del saper prendere decisioni comuni, di saper superare le crisi aiutandosi a vicenda). E' un gioco di squadra, in cui anche la nonna ha avuto il suo ruolo. E poi c'è un contesto più ampio, in cui anche l'apporto del parroco non è stato da poco. La sua squisita sensibilità, la capacità di capire e accogliere Chiara così com'era, ha offerto alla coppia Sperase un grosso aiuto nel percorso di riparazione dal trauma. E' un sistema a centri concentrici: e ogni cerchio deve fare la sua parte. Chiara non sapeva leggere l'orologio quando è arrivata nella prima comunità che l'ha accolta: ha imparato lì. Ma il senso del tempo l'ha imparato in famiglia. Ci vuole un tempo di terapia intensiva e totale, ma poi è la famiglia che completa il percorso.

Quanti sono i casi che, come questo, vanno a buon fine?

Tutti i casi che ho visto io di bambini maltrattati, eccetto due: un ragazzo di 17 anni, preso troppo tardi, che poi non ha finito gli studi, ha avuto lavori provvisori e precari, ha avuto un figlio troppo presto e si è lasciato andare a piccoli gesti delinquenziali; e una ragazzina, schiacciata dalle scaramucce tra due tribunali, che hanno impedito che andasse in affidamento. Per il resto le storie tragiche che sono recuperate sono continue. La caratteristica di questo caso è che la madre affidataria ha scritto un diario; e che poi la famiglia è stata seguita attraverso uno scambio di e-mail. Si vede il di più che la famiglia, quando è seguita, può dare rispetto alla comunità, anche la più professionalizzata.

Quale l'atteggiamento migliore in una famiglia che si rende disponibile a divenire affidataria o adottiva?

Continua a leggere

Nessun commento:

Sitemeter