legali del bidello accusato per un episodio accaduto due anni fa chiedono il rito alternativo: «Purché il giudice conceda la perizia neuropsichiatrica per verificare l’attendibilità della vittima»
Presunte molestie su un bambino, perizia sui famigliari
Si terrà mercoledì prossimo alle 9.30 l'udienza preliminare del processo del bidello di una scuola dell'infanzia del Lido accusato, nel dicembre 2006, di presunte molestie sessuali ai danni di un bimbo di tre anni. Dopo l'incidente probatorio, la vicenda potrà arrivare ad una svolta. I legali dell'operatore scolastico M.G. finito nella bufera, chiederanno il rito abbreviato, richiesta condizionata però, dallo svolgimento di alcuni altri accertamenti, come una perizia, da parte del neuropsichiatra infantile al bambino ed estesa anche al suo nucleo familiare per poter valutare ulteriormente l'effettiva attendibilità della testimonianza del bimbo in tenerissima età. I legali del dipendente scolastico, Renato Alberini e Augusto Palese, preannunciano così una svolta nella linea difensiva.
«Formalizzeremo la richiesta in fase d'udienza spiega l'avvocato Alberini dando la nostra disponibilità a rinunciare al dibattimento e ad essere giudicati dal giudice, poiché ci sia un supplemento di accertamenti che riteniamo indispensabili per provare l'assoluta estraneità del nostro assistito ai fatti che gli sono stati addebitati. Crediamo sia opportuna una perizia neuropsichiatrica per fare luce sull'effettiva attendibilità della versione fornita dal bimbo. Se il giudice accetterà le nostre richieste opteremo per la forma abbreviata, altrimenti andremo al processo ordinario. Non possiamo che confermare ciò che abbiamo sostenuto fin dall'inizio - continua il legale - e cioè che ci opponiamo fermamente, invece, a qualsiasi forma di patteggiamento, data la nostra convinzione dell'assoluta estraneità rispetto alle accuse che sono stato mosse all'operatore ausiliario. E su questa linea andiamo avanti».
Oltre ad una perizia neuropsichiatrica la difesa potrebbe chiedere un ulteriore accertamento: il parere del medico legale che possa effettivamente rilevare se le lesioni sofferte dal minore e giudicate anche compatibili con possibili abusi sessuali, non siano state invece causate da un semplice arrossamento, che potrebbe essere comune ai bambini di quell'età.
Lorenzo Mayer il Gazzettino 9 novembre 2008
lunedì 10 novembre 2008
Pedofilo Recidivo Agrigento, i periti: Jacono è sano di mente

Cronaca -
Pedofilo recidivo, il perito: "E' sano di mente"
di Silvio Schembri
"Vincenzo Iacono è sano di mente e perfettamente capace di intendere e di volere". E' quanto scritto nella perizia psichiatrica chiesta per il 46enne agrigentino che, lo scorso febbraio, avrebbe violentato una bambina di quattro anni.E' invece diverso il parere espresso dal perito di parte, il quale sostiene che l'imputato soffra di "turbe psichiche".Iacono, difeso dall'avvocato Raimondo Cipolla, aveva chiesto il chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato, al fine di ottenere, in caso di condanna, uno sconto di pena.La prossima udienza è stata programmata per giovedì 20 novembre durante la quale Vincenzo Iacono potrebbe ricevere la condanna.
Agrigento news- 17/10/2008 08:39
sabato 8 novembre 2008
Orrore a Eboli, segregato da ex guardia carceraria: "Schiavo? Lo aiutavo a vivere"
L’orrore di Eboli, cinque ore di interrogatorio per l’ex guardia carceraria arrestata
«Schiavo? Lo aiutavo a vivere» Somma si difende: «A Cosimo ho dato un tetto»
Somma si difende davanti ai giudici. La vittima trasferita dai familiari a Varese
Eboli. È durato quattro ore l’interrogatorio di Mangiafuoco. Alessandro Somma, 54 anni, l’ex guardia carceraria, ha risposto a tutte le domande del gip Orio e del pm Penna. L’indagato rischia 15 anni di carcere per le due accuse mosse dai carabinieri di Eboli: sequestro di persona e riduzione in schiavitù. Somma poteva avvalersi della facoltà di non rispondere. Non lo ha fatto. Ha rigettato tutte le accuse di Cosimo De Stefano, 45 anni, la vittima incatenata nel tugurio agricolo in località Scorziello. Assistito dagli avvocati Franco e Costantino Cardiello, l’ex guardia giurata si è difeso su tutte le accuse. «Nutriamo molti dubbi sulle tesi accusatorie», scrivono i legali di Somma. Il quale, se non proprio un padre, cerca di accreditare di sè l’immagine di un fratello maggiore di De Stefano. «Conosco Cosimo De Stefano, era lui che veniva da me, mi cercava - ha dichiarato Somma -. Io gli ho dato un tetto, lo facevo dormire, non l’ho mai costretto a fare cose contro la sua volontà. Io schiavista? Non tenevo Cosimo in catene».
FRANCESCO FAENZA Eboli. È durato quattro ore l’interrogatorio di Mangiafuoco. Alessandro Somma, 54 anni, l’ex guardia carceraria, ha risposto a tutte le domande del gip Orio e del pm Penna. L’indagato rischia 15 anni di carcere per le due accuse mosse dai carabinieri di Eboli: sequestro di persona e riduzione in schiavitù. Somma poteva avvalersi della facoltà di non rispondere. Non lo ha fatto. Ha rigettato tutte le accuse di Cosimo De Stefano, 45 anni, la vittima incatenata nel tugurio agricolo in località Scorziello. Assistito dagli avvocati Franco e Costantino Cardiello, l’ex guardia giurata si è difeso su tutte le accuse. «Nutriamo molti dubbi sulle tesi accusatorie - scrivono i legali di Somma -. Questa mattina saremo a colloquio con il nostro cliente. L’interrogatorio è durato 4 ore, durante le quali Somma ha dichiarato e dimostrato la sua innocenza. Avvieremo comunque delle indagini difensive per fare piena luce sul caso». Mangiafuoco era un filantropo, è questa strategia degli avvocati difensori. «Conosco Cosimo De Stefano, era lui che veniva da me, mi cercava - ha dichiarato Somma -. Io gli ho dato un tetto, lo facevo dormire, non l’ho mai costretto a fare cose contro la sua volontà. La sera lo lasciavo nella casa di Scorziello, me ne tornavo dai miei familiari, a Campagna (Somma è sposato ed è padre di due figli, ndr)». Il racconto dell’indagato è condito di aneddoti sugli ultimi due giorni trascorsi De Stefano: «Io schiavista? Non tenevo Cosimo in catene - ha ribadito Somma -. De Stefano, martedì mattina, ha mangiato con me, mia madre e mio cugino. Non gli ho mai imposto nulla. Gli ho offerto un tetto. Lui sapeva che a Scorziello avevo un rudere malmesso, con una sola lampadina funzionante, con i miei cani. De Stefano sapeva che i servizi igienici erano rotti, che doveva utilizzare un secchio. Lui mi ha chiesto un letto dove dormire. Io gliel’ho offerto». Sulle catene ritrovate dai carabinieri, però, Somma non è riuscito a giustificarsi. Altra accusa. Lunedì 3 novembre, De Stefano lascia la casa in località Scorziello. Va da Tonino, un amico del Quadrivio di Campagna. Secondo l’accusa, Somma sarebbe accorso a Campagna per riprendersi De Stefano con la forza. Anche su questo, l’indagato ebolitano solleva molti dubbi: «Mercoledì sera ero in giro, quando Cosimo mi ha chiamato. Mi ha chiesto di raggiungerlo al Quadrivio di Campagna. Cosimo tifa per la Juventus, stava vedendo la partita contro il Real Madrid, in un circolo ricreativo. Sono andato al Quadrivio, ci siamo incontrati e si è fatto accompagnare nella mia proprietà in località Scorziello». Erano le 23, quando Somma e De Stefano si sono diretti nell’agro ebolitano. Cinque ore dopo sono arrivati i carabinieri di Nobile Risi. E hanno trovato De Stefano chiuso in una stanza decrepita, incatenato, mentre Somma dormiva in un locale accanto, in un letto a due piazze. Mangiafuoco è stato arrestato, la sua vittima è stata affidata ai servizi sociali. Il rudere con i nove pitbul, ridotto in condizioni antigieniche e disumane, è ora sotto sequestro.
Un Biglietto verso la libertà
MARIA VITA DELLA MONICA Eboli. Un biglietto per Varese. Cosimo De Stefano, 45 anni, ha ricevuto dai servizi sociali un ticket ferroviario per allontanarsi da Eboli. Dovrebbe raggiungere dei familiari, nel nord della Lombardia. La località è segreta. E i dubbi che lasci Eboli sono tanti. Chi lo conosce, conferma il suo attaccamento alla città: «Ritorna sempre qui. Questo è il suo paese, la città dove è cresciuto. Non resisterà a lungo, tornerà presto a Eboli». O forse se ne andrà a Campagna, nella frazione Quadrivio, dove ha conosciuto un altro amico, Tonino. Proprio questa nuova amicizia avrebbe scatenato l’ira di Alessandro Somma, il suo progetto folle di riprendersi Cosimo De Stefano, di rinchiuderlo in catene, di costringerlo a vivere nel rudere di località Scorziello. Cosimo aveva un nuovo amico: Tonino. E proprio Tonino, mercoledì sera, ha chiamato i carabinieri per chiedere la liberazione di Cosimo. Ha indicato il rudere agricolo, la località ebolitana, le condizioni in cui De Stefano era ridotto. Grazie alle dichiarazioni di Tonino, i carabinieri hanno organizzato il blitz di giovedì notte. I due si sono conosciuti in ospedale, nel reparto di chirurgia. Tonino era ricoverato, Cosimo si trovava di passaggio. Al Maria Santissima Addolorata, De Stefano è conosciuto da molti sanitari e infemieri. Faceva il parcheggiatore abusivo, diversi anni fa. Era stato assunto anche come volontario, in una croce privata. Da diversi anni, però, De Stefano non viveva più "intorno" all'ospedale. Nata l’amicizia con Tonino, il 45enne ebolitano ha deciso di abbandonare Somma, di trasferirsi a Campagna. Ma dopo cinque anni di convivenza, Mangiafuoco ha reagito male, ha raggiunto Cosimo a casa del nuovo amico, lo ha “convinto” a seguirlo di nuovo in località Scorziello. Cinque anni di convivenza finiti nel modo peggiore. Dopo il blitz liberatorio dei carabinieri, Di Stefano ha parlato tutta la notte con i militari del maggiore Risi, lasciando di sasso gli investigatori con i suoi racconti ai limiti della realtà: «Somma mi costringeva a lavorare la terra, ad accudire i nove pitbull, ad effettuare lavori edili nella casa in località Scorziello», è l'atto d'accusa di De Stefano. Il resto lo hanno visto e fotografato i carabinieri. Il catenaccio davanti alla porta, le catene alle mani e ai piedi di De Stefano, i nove pitbull da sfamare, con strane cicatrici sul dorso e sul viso, le condizioni igieniche inesistenti, topi morti sui pavimenti, pozzanghere stagnanti in casa, rifiuti sparsi ovunque.
«Schiavo? Lo aiutavo a vivere» Somma si difende: «A Cosimo ho dato un tetto»
Somma si difende davanti ai giudici. La vittima trasferita dai familiari a Varese
Eboli. È durato quattro ore l’interrogatorio di Mangiafuoco. Alessandro Somma, 54 anni, l’ex guardia carceraria, ha risposto a tutte le domande del gip Orio e del pm Penna. L’indagato rischia 15 anni di carcere per le due accuse mosse dai carabinieri di Eboli: sequestro di persona e riduzione in schiavitù. Somma poteva avvalersi della facoltà di non rispondere. Non lo ha fatto. Ha rigettato tutte le accuse di Cosimo De Stefano, 45 anni, la vittima incatenata nel tugurio agricolo in località Scorziello. Assistito dagli avvocati Franco e Costantino Cardiello, l’ex guardia giurata si è difeso su tutte le accuse. «Nutriamo molti dubbi sulle tesi accusatorie», scrivono i legali di Somma. Il quale, se non proprio un padre, cerca di accreditare di sè l’immagine di un fratello maggiore di De Stefano. «Conosco Cosimo De Stefano, era lui che veniva da me, mi cercava - ha dichiarato Somma -. Io gli ho dato un tetto, lo facevo dormire, non l’ho mai costretto a fare cose contro la sua volontà. Io schiavista? Non tenevo Cosimo in catene».
FRANCESCO FAENZA Eboli. È durato quattro ore l’interrogatorio di Mangiafuoco. Alessandro Somma, 54 anni, l’ex guardia carceraria, ha risposto a tutte le domande del gip Orio e del pm Penna. L’indagato rischia 15 anni di carcere per le due accuse mosse dai carabinieri di Eboli: sequestro di persona e riduzione in schiavitù. Somma poteva avvalersi della facoltà di non rispondere. Non lo ha fatto. Ha rigettato tutte le accuse di Cosimo De Stefano, 45 anni, la vittima incatenata nel tugurio agricolo in località Scorziello. Assistito dagli avvocati Franco e Costantino Cardiello, l’ex guardia giurata si è difeso su tutte le accuse. «Nutriamo molti dubbi sulle tesi accusatorie - scrivono i legali di Somma -. Questa mattina saremo a colloquio con il nostro cliente. L’interrogatorio è durato 4 ore, durante le quali Somma ha dichiarato e dimostrato la sua innocenza. Avvieremo comunque delle indagini difensive per fare piena luce sul caso». Mangiafuoco era un filantropo, è questa strategia degli avvocati difensori. «Conosco Cosimo De Stefano, era lui che veniva da me, mi cercava - ha dichiarato Somma -. Io gli ho dato un tetto, lo facevo dormire, non l’ho mai costretto a fare cose contro la sua volontà. La sera lo lasciavo nella casa di Scorziello, me ne tornavo dai miei familiari, a Campagna (Somma è sposato ed è padre di due figli, ndr)». Il racconto dell’indagato è condito di aneddoti sugli ultimi due giorni trascorsi De Stefano: «Io schiavista? Non tenevo Cosimo in catene - ha ribadito Somma -. De Stefano, martedì mattina, ha mangiato con me, mia madre e mio cugino. Non gli ho mai imposto nulla. Gli ho offerto un tetto. Lui sapeva che a Scorziello avevo un rudere malmesso, con una sola lampadina funzionante, con i miei cani. De Stefano sapeva che i servizi igienici erano rotti, che doveva utilizzare un secchio. Lui mi ha chiesto un letto dove dormire. Io gliel’ho offerto». Sulle catene ritrovate dai carabinieri, però, Somma non è riuscito a giustificarsi. Altra accusa. Lunedì 3 novembre, De Stefano lascia la casa in località Scorziello. Va da Tonino, un amico del Quadrivio di Campagna. Secondo l’accusa, Somma sarebbe accorso a Campagna per riprendersi De Stefano con la forza. Anche su questo, l’indagato ebolitano solleva molti dubbi: «Mercoledì sera ero in giro, quando Cosimo mi ha chiamato. Mi ha chiesto di raggiungerlo al Quadrivio di Campagna. Cosimo tifa per la Juventus, stava vedendo la partita contro il Real Madrid, in un circolo ricreativo. Sono andato al Quadrivio, ci siamo incontrati e si è fatto accompagnare nella mia proprietà in località Scorziello». Erano le 23, quando Somma e De Stefano si sono diretti nell’agro ebolitano. Cinque ore dopo sono arrivati i carabinieri di Nobile Risi. E hanno trovato De Stefano chiuso in una stanza decrepita, incatenato, mentre Somma dormiva in un locale accanto, in un letto a due piazze. Mangiafuoco è stato arrestato, la sua vittima è stata affidata ai servizi sociali. Il rudere con i nove pitbul, ridotto in condizioni antigieniche e disumane, è ora sotto sequestro.
Un Biglietto verso la libertà
MARIA VITA DELLA MONICA Eboli. Un biglietto per Varese. Cosimo De Stefano, 45 anni, ha ricevuto dai servizi sociali un ticket ferroviario per allontanarsi da Eboli. Dovrebbe raggiungere dei familiari, nel nord della Lombardia. La località è segreta. E i dubbi che lasci Eboli sono tanti. Chi lo conosce, conferma il suo attaccamento alla città: «Ritorna sempre qui. Questo è il suo paese, la città dove è cresciuto. Non resisterà a lungo, tornerà presto a Eboli». O forse se ne andrà a Campagna, nella frazione Quadrivio, dove ha conosciuto un altro amico, Tonino. Proprio questa nuova amicizia avrebbe scatenato l’ira di Alessandro Somma, il suo progetto folle di riprendersi Cosimo De Stefano, di rinchiuderlo in catene, di costringerlo a vivere nel rudere di località Scorziello. Cosimo aveva un nuovo amico: Tonino. E proprio Tonino, mercoledì sera, ha chiamato i carabinieri per chiedere la liberazione di Cosimo. Ha indicato il rudere agricolo, la località ebolitana, le condizioni in cui De Stefano era ridotto. Grazie alle dichiarazioni di Tonino, i carabinieri hanno organizzato il blitz di giovedì notte. I due si sono conosciuti in ospedale, nel reparto di chirurgia. Tonino era ricoverato, Cosimo si trovava di passaggio. Al Maria Santissima Addolorata, De Stefano è conosciuto da molti sanitari e infemieri. Faceva il parcheggiatore abusivo, diversi anni fa. Era stato assunto anche come volontario, in una croce privata. Da diversi anni, però, De Stefano non viveva più "intorno" all'ospedale. Nata l’amicizia con Tonino, il 45enne ebolitano ha deciso di abbandonare Somma, di trasferirsi a Campagna. Ma dopo cinque anni di convivenza, Mangiafuoco ha reagito male, ha raggiunto Cosimo a casa del nuovo amico, lo ha “convinto” a seguirlo di nuovo in località Scorziello. Cinque anni di convivenza finiti nel modo peggiore. Dopo il blitz liberatorio dei carabinieri, Di Stefano ha parlato tutta la notte con i militari del maggiore Risi, lasciando di sasso gli investigatori con i suoi racconti ai limiti della realtà: «Somma mi costringeva a lavorare la terra, ad accudire i nove pitbull, ad effettuare lavori edili nella casa in località Scorziello», è l'atto d'accusa di De Stefano. Il resto lo hanno visto e fotografato i carabinieri. Il catenaccio davanti alla porta, le catene alle mani e ai piedi di De Stefano, i nove pitbull da sfamare, con strane cicatrici sul dorso e sul viso, le condizioni igieniche inesistenti, topi morti sui pavimenti, pozzanghere stagnanti in casa, rifiuti sparsi ovunque.
Alanno (PE): suora circuisce anziana, condannata a 18 mesi
Un anno e mezzo di reclusione per circonvenzione di incapace: questa la condanna comminata dal tribunale di San Valentino a una suora sessantaduenne, Giuseppa Iovino. La religiosa avrebbe infatti sottratto oltre 300.000 euro a un’ospite della casa di riposo che gestiva ad Alanno, intascando inoltre quasi la metà della pensione spettante alla degente, che secondo una perizia psichiatrica aveva una ridotta capacità di intendere e di volere.
mercoledì 5 novembre 2008
Pedofilia, Processo a Daniel dei "Milk and Coffee": abusi su allieva dodicenne

Maestro di canto è stato denunciato dal padre della ragazza
Rory Cappelli
Il cantante, 49enne, accusato di aver abusato di una sua allieva di 12 anni
Avrebbe coinvolto una ragazzina di 12 anni, sua allieva, in un rapporto sentimentale durato due anni. E così, con l´accusa di violenza sessuale e atti sessuali su minore di 14 anni, Francesco Faro, 49 anni, che dagli anni Ottanta, con il nome Daniel, è il cantante del gruppo Milk & Coffee, è stato rinviato a giudizio dal Gup Claudio Mattioli su richiesta del pm Giovanni Bombarbieri. Musicista, insegnante di canto e di chitarra jazz, arrangiatore e compositore (ha scritto per Loredana Berté e arrangiato l´inno della Lazio interpretato da Pino Insegno, Reitano, Siria, Paola Turci), persino attore (è stato protagonista, con Licia Colò, di fotoromanzi sulla rivista Grand Hotel), Daniel/Francesco Faro, che gestisce insieme ad altre tre persone l´"Accademia d´arte teatrale tra palco e realtà" di via Voghera e che insegnava in diverse scuole della capitale, aveva Giulia (il nome è di fantasia) tra le sue allieve.Nel luglio del 2007, quando quindi la ragazzina ha appena 12 anni, inizia con lei una relazione, documentata dai tabulati telefonici. Secondo questi dati in un anno e mezzo allieva e maestro si sono chiamati circa 1800 volte, a un ritmo di tre-quattro telefonate al giorno. È stato proprio questo l´elemento dell´indagine che ha fatto scattare il rinvio a giudizio. Faro si è infatti sempre difeso affermando che la bambina aveva inventato la relazione «spinta dalla gelosia e dal desiderio di avere successo nel campo dello spettacolo».Secondo gli investigatori le cose sarebbero andate in un modo diverso: Daniel avrebbe circuito la ragazzina, per poi stancarsi di lei. E Giulia, innamorata persa, avrebbe iniziato a fare scenate, a cercarlo a tutte le ore, a «sfuggirgli di mano» come spiegano gli inquirenti. Irrequieta e infelice Giulia insospettisce il padre: il quale venuto a conoscenza della storia, la porta dal "maestro" per farsi spiegare cosa sta succedendo. Lui nega la relazione. Accusa Giulia di essersi inventata tutto: «Quella ragazza non l´ho mai toccata. Cercavo di dedicarle maggiori attenzioni perché la considero davvero brava, ha una voce bellissima» aveva detto Faro al Gip Donatella Pavone. «Solo negli ultimi mesi ho capito che si era invaghita. Ma ho sempre respinto le avances». Parte la denuncia. Iniziano le indagini. Nel dicembre del 2007, Faro viene arrestato ai domiciliari. Un paio di settimane dopo, su decisione del Tribunale del Riesame, i domiciliari vengono revocati. Adesso, dopo l´acquisizione di nuovi elementi di prova come i tabulati telefonici, il rinvio a giudizio. Faro rischia fino a 10 anni di carcere. Il 23 dicembre prossimo la prima udienza.
(Espresso Local 05 novembre 2008)
Pedofilia, Brescia: suore in preghiera per don Marco Baresi
L’ex vicerettore del seminario a processo per pedofilia
di ITALIA BRONTESI— BRESCIA —DON MARCO BARESI, ex vicerettore del Seminario di Brescia, da un anno agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su minore e detenzion...
2008-11-05di ITALIA BRONTESI— BRESCIA —DON MARCO BARESI, ex vicerettore del Seminario di Brescia, da un anno agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su minore e detenzione di materiale pedopornografico, era in aula. Fuori, nella piazzetta davanti al Tribunale, una ventina di persone, gli «amici di don Marco», tra cui quattro suore, ma anche «un ateo» per autodefinizione, con indosso magliette e giubbini con la scritta «free don», si sono messe in cerchio e hanno pregato. Hanno anche aperto un sito e raccolto firme per «una campagna di testimonianza sull’innocenza di don Marco». PRIMA UDIENZA ieri del processo al sacerdote, 39 anni, parroco di San Zeno e dal ’99 vicerettore del seminario, arrestato il 27 novembre del 2007 per pedofilia. Le indagini della squadra Mobile, ricostruite ieri in aula dall’ispettore Gianni Bellagente, hanno preso il via dalla denuncia di un ex allievo di don Baresi. Il ragazzo, che lasciò il seminario alla fine della terza media, ha raccontato di aver subito abusi sessuali da don Baresi. Nel computer del sacerdote la polizia trovò molte immagini di contenuto inequivocabile, scaricate da internet. Don Marco Baresi ha sempre respinto le accuse, sostenendo anche che non era il solo ad aver accesso a quel computer. In aula, davanti alla prima sezione penale del Tribunale presieduto da Enrico Fischetti, per l’accusa i pm Simone Marcon e Francesca Stilla, per la difesa l’avvocato Luigi Frattini. Tra i testimoni citati al processo anche monsignor Francesco Beschi, vescovo ausiliare di Brescia. Prossima udienza il 19, altre sette sono in calendario fino al 23 marzo, per un caso che ha scosso il mondo cattolico bresciano e non solo.
di ITALIA BRONTESI— BRESCIA —DON MARCO BARESI, ex vicerettore del Seminario di Brescia, da un anno agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su minore e detenzion...
2008-11-05di ITALIA BRONTESI— BRESCIA —DON MARCO BARESI, ex vicerettore del Seminario di Brescia, da un anno agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su minore e detenzione di materiale pedopornografico, era in aula. Fuori, nella piazzetta davanti al Tribunale, una ventina di persone, gli «amici di don Marco», tra cui quattro suore, ma anche «un ateo» per autodefinizione, con indosso magliette e giubbini con la scritta «free don», si sono messe in cerchio e hanno pregato. Hanno anche aperto un sito e raccolto firme per «una campagna di testimonianza sull’innocenza di don Marco». PRIMA UDIENZA ieri del processo al sacerdote, 39 anni, parroco di San Zeno e dal ’99 vicerettore del seminario, arrestato il 27 novembre del 2007 per pedofilia. Le indagini della squadra Mobile, ricostruite ieri in aula dall’ispettore Gianni Bellagente, hanno preso il via dalla denuncia di un ex allievo di don Baresi. Il ragazzo, che lasciò il seminario alla fine della terza media, ha raccontato di aver subito abusi sessuali da don Baresi. Nel computer del sacerdote la polizia trovò molte immagini di contenuto inequivocabile, scaricate da internet. Don Marco Baresi ha sempre respinto le accuse, sostenendo anche che non era il solo ad aver accesso a quel computer. In aula, davanti alla prima sezione penale del Tribunale presieduto da Enrico Fischetti, per l’accusa i pm Simone Marcon e Francesca Stilla, per la difesa l’avvocato Luigi Frattini. Tra i testimoni citati al processo anche monsignor Francesco Beschi, vescovo ausiliare di Brescia. Prossima udienza il 19, altre sette sono in calendario fino al 23 marzo, per un caso che ha scosso il mondo cattolico bresciano e non solo.
Violenza sessuale: avrebbe abusato delle figlie, arrestato agricoltore Lecce
In carcere agricoltore di 53 anni
(ANSA) - ALLISTE (LECCE), 5 NOV - Arrestato un agricoltore 53enne con l'accusa di aver compiuto, tra il 1998 ed il 2003, violenze sessuali sulle 2 figlie minorenni. All'epoca le bambine avevano avevano 7 e 10 anni. L'uomo, arrestato dai Cc di Alliste in esecuzione di un ordine di carcerazione, deve scontare una pena diventata definitiva a settembre. Le indagini furono avviate nel 1998, quando una delle due piccole confido' a una maestra gli abusi e le continue attenzioni sessuali del padre.
(ANSA) - ALLISTE (LECCE), 5 NOV - Arrestato un agricoltore 53enne con l'accusa di aver compiuto, tra il 1998 ed il 2003, violenze sessuali sulle 2 figlie minorenni. All'epoca le bambine avevano avevano 7 e 10 anni. L'uomo, arrestato dai Cc di Alliste in esecuzione di un ordine di carcerazione, deve scontare una pena diventata definitiva a settembre. Le indagini furono avviate nel 1998, quando una delle due piccole confido' a una maestra gli abusi e le continue attenzioni sessuali del padre.
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