Gennaio 6, 2008
Chiesa: Interdetti dalle funzioni religiose i due sacerdoti della Curia cosentina
Il presule annuncia una rivoluzione etica e una fase di penitenza e preghiera
Una dimostrazione plastica di voler voltare pagina e di riaffermare la primazia dell’etica
Monsignore Salvatore Nunnari ha sospeso a divinis Padre Kevin Chukwuka e Don Alfredo Luberto. Entrambi i sacerdoti non potranno più amministrare i sacramenti, essendo il provvedimento sospensivo intercorrente e immeditamente esecutivo.
Il provvedimento è stato firmato circa un mese fa, ma nessuna notizia è trapelata dalle stanze di Piazza Parrasio. Padre Chukwuka è stato condananto in primo e secondo grado per molestie sessuali nei confronti di una bambina di Acri. Una vicenda gravissima considerato che il sacerodte nigeriano era parroco di una delle più importanti chiese del comune. Don Alfredo Luberto, invece, amministratore della Fondazione Papa Giovanni XXIII, si trova ancora agli arresti domiciliari, dopo gli arresti avvenuti lo scorso luglio, per le gravi accuse di malversazione relative alla sua gestione. Per il sacerdote di colore si profila la possibilità concreta di un allontanamento definitivo dalla Chiesa qualora la Corte di Cassazione dovesse rendere certa la condanna a due anni inflittagli dal tribunale di Cosenza e confermata dalla Corte d’Appello di Catanzaro. Per Luberto, invece, si profilano le dimissioni volontarie, anche in relazione al fatto che il sacerdote cosentino ha confermato agli inquirenti gran parte delle contestazioni addebitategli. I provvedimenti di sospensione segnano una svolta nell’azione di Mons Nunnari. Una svolta certamente positiva, con l’immagine di una Chiesa che non vuole più rimuovere i suoi problemi, ma affrontarli direttamente e superarli, ribadendo la primazia dell’etica nella gestione quotidiana della Chiesa. Il terzo sacerdote sospeso in un anno (Padre Fedele Bisceglie è stato interdetto direttamente dal suo ordine monastico, come prevede il diritto canonico) chiude il cerchio di un bilancio non certo meritevole, ma di cui (è opportuno ricor- darlo) l’attuale Vescovo non ha colpe. Lo scandalo del Papa Giovanni, che ha colpito una struttura diretta della Chiesa (compreso il laicato), ha riguardato uomini e nomine che appartenevano al suo predecessore, Giuseppe Agostino. Il lungo proclama contro l’usura, male che affligge nel cuore la sua città, è la testimonianza di una volontà precisa di non tacere e di alzare sempre di più la voce contro settori precisi dei colletti bianchi. Nunnari è un uomo intelligente, che sa distinguere la zizzania dalla buona erba. Pe rquesto ha riferito ad Eugenio Facciolla nomi e circostanze sulle pressioni che ha subìto per l’affidamento della struttura di Serra Aiello. Pressioni inutili, atteso che la struttura non è stata data a nessuno. Una nuova pagina, forse, si prospetta per la chiesa cosentina.
fonte amantea.net
domenica 6 gennaio 2008
sabato 5 gennaio 2008
Pedofilia: Vaticano “Preghiera mondiale di riparazione”
Una preghiera mondiale sarà promossa dal Vaticano “per la riparazione delle mancanze dei sacerdoti e in modo particolare per le vittime delle gravi situazioni di condotta morale e sessuale di una piccolissima parte del clero”.
Ad annunciare questa iniziativa è il cardinale Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero. “Chiediamo a tutti — dice all’Osservatore Romano — di fare l’adorazione eucaristica per riparare davanti a Dio quello che di grave è stato fatto e per accogliere di nuovo la dignità delle vittime. Sì, abbiamo voluto pensare alle vittime affinché ci sentano vicini. Ci riferiamo soprattutto a loro, è importante dirlo”. Per il cardinale brasiliano, è una priorità aprire “cenacoli eucaristici” suscitando un grande movimento spirituale di preghiera per tutti i sacerdoti e per la loro santificazione.
“Sono davvero tante — spiega — le cose da fare per il vero bene del clero e la fecondità del ministero pastorale nel mondo di oggi. Ma la consapevolezza che l’agire consegue all’essere e che l’anima di ogni apostolato è l’intimità divina ci ha portato a promuovere urgentemente proprio una grande adorazione eucaristica, se possibile perpetua”.
AGI
5 gennaio 2008
Ad annunciare questa iniziativa è il cardinale Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero. “Chiediamo a tutti — dice all’Osservatore Romano — di fare l’adorazione eucaristica per riparare davanti a Dio quello che di grave è stato fatto e per accogliere di nuovo la dignità delle vittime. Sì, abbiamo voluto pensare alle vittime affinché ci sentano vicini. Ci riferiamo soprattutto a loro, è importante dirlo”. Per il cardinale brasiliano, è una priorità aprire “cenacoli eucaristici” suscitando un grande movimento spirituale di preghiera per tutti i sacerdoti e per la loro santificazione.
“Sono davvero tante — spiega — le cose da fare per il vero bene del clero e la fecondità del ministero pastorale nel mondo di oggi. Ma la consapevolezza che l’agire consegue all’essere e che l’anima di ogni apostolato è l’intimità divina ci ha portato a promuovere urgentemente proprio una grande adorazione eucaristica, se possibile perpetua”.
AGI
5 gennaio 2008
Natale e Capodanno in cella a Gibuti per il missionario trentino don Sandro De Pretis
di Barbara Marino/ 05/01/2008
Don Ivan Maffeis si è recato a Gibuti per visitare il sacerdote, la cui situazione si aggrava: "Sono caduto in trappola. Difficile difendersi da accuse inesistenti. Ho poche possibilità di avere giustizia". Il caso si è complicato ulteriormente.
Si è svolta nella mattinata del 29 dicembre, nel tribunale di Gibuti, l'udienza per don Sandro De Pretis, 52 anni, sacerdote trentino in carcere a Gibuti, piccolo paese del Corno d’Africa, dal 28 ottobre scorso. "Scosso e amareggiato, con la netta impressione che il giudice voglia arrivare presto a una condanna per pedopornografia". Così mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti, ha descritto l'umore di don Sandro De Pretis all'uscita di una seduta lunga, alla quale il missionario trentino si è presentato provato, dopo due mesi e un giorno di detenzione in isolamento. "L'udienza era fissata per le 9 ed era a porte chiuse - spiega il vescovo -. Io sono arrivato a Palazzo di Giustizia di Gibuti intorno alle 10 e ho pazientato quasi un'ora prima che don Sandro uscisse. Sono rimasto con lui e l'ho riaccompagnato in carcere: mi ha raccontato che il giudice ha voluto prendere in esame diverse foto di quelle contenute nel suo computer e sulle quali basano le accuse, non ancora formalizzate, di pedopornografia".
Ora per il religioso trentino l'accusa è di "incitamento alla depravazione e alla corruzione di minori" e, dopo il recente interrogatorio, alle tre foto con bambini che gli erano state inizialmente contestate e che avevano fatto partire l'inchiesta per pedofilia, se ne sono aggiunte altre 15. "Mio fratello durante l'interrogatorio ha continuato a ripetere - ha spiegato il fratello Guido - che quelle nuove foto che gli sono state mostrato dal giudice non le aveva mai viste prima. Ora, tramite l'avvocato, vorremmo capire da dove sono sbucate, quando sono apparse sul disco fisso, che da mesi la polizia locale sta analizzando".
L'inchiesta, dunque, prosegue secondo il filone iniziale, che mons. Bertin ha sempre definito "pretestuoso e assurdo". Con ogni probabilità, il missionario trentino è il capro espiatorio di una vecchia vicenda, che ha coinvolto la Caritas e una Ong locale sfrattata dalla stessa Caritas in maggio, poco prima che iniziassero a circolare strane "voci" su don Sandro. "L'inchiesta dovrebbe volgere al termine - ha proseguito il vescovo di Gibuti - ma l'impressione di don Sandro è che il giudice voglia arrivare a una condanna. La posizione della magistratura, dopo l'intervento della Curia e della Farnesina, si sarebbe addirittura irrigidita. Ma questo potrebbe preludere anche a una via d'uscita: alla condanna non è escluso che segua la grazia o l'espulsione, anche se un accordo chiaro in questo senso tra Italia e Gibuti non è mai stato fatto". La pena inflitta, se don Sandro dovesse essere rinviato a giudizio e affrontare il processo con esito negativo, potrebbe però superare i dieci anni. "Tutto sarà commisurato alla gravità degli atti presentati dal magistrato a chiusura delle indagini - chiarisce monsignor Bertin -. Ma se i capi d'accusa dovessero essere quelli ventilati, il giudice potrebbe avere la mano pesante. Don Sandro era molto scosso e amareggiato, al termine dell'udienza, e nonostante la fede credo sia pessimista. Domani parlerò con l'avvocato".
Il missionario trentino era in attesa, per il giorno seguente, di una visita gradita: "So che è in arrivo don Ivan Maffeis, portavoce dell'arcivescovo di Trento, mons. Luigi Bressan e direttore del settimanale diocesano Vita trentina - confermava mons. Bertin -. Ieri, invece, ho ricevuto una telefonata dal segretario personale dell'arcivescovo di Trento che mi chiedeva informazioni circa i voli aerei: probabilmente la Curia sta pensando di mandare il vicario generale a Gibuti, magari accompagnato dal fratello di don Sandro". "Per quanto mi riguarda ho fatto slittare di qualche giorno la mia partenza per Gibuti - ha chiarito il fratello Guido - dato che attualmente sul posto è presente don Ivan Maffeis e verso il 10 gennaio il vescovo di Gibuti, mons. Giorgio Bertin, dovrebbe incontrare il papa e relazionare sulla situazione di mio fratello. Questo ovviamente se qualcosa non si muoverà prima".
Intanto, don Ivan Maffeis ha potuto incontrare in carcere a Gibuti don Sandro e proprio su questi incontri avuto con don Sandro, don Ivan ha inviato delle E-mail all’arcivescovo di Trento, mons. Bressan, per aggiornarlo. "Mi hanno riferito che mio fratello è provato - racconta Guido De Pretis - e che sta maturando la convinzione che il giudice voglia condannarlo. Mi sembra veramente il processo di Kafka". Sono giorni che la famiglia non sente don Sandro. Nonostante le numerose lettere inviate, al momento, a parte la missiva ricevuta ormai parecchie settimane fa, non hanno ricevuto alcuna risposta. Nei suoi resoconti, don Ivan ha descritto anche le condizioni in cui si trova don Sandro nel carcere: "La cella misura 4 passi per 7. Il materassino posato sul pavimento, portato da fratel Paolo, il segretario del vescovo, è l’unico ‘arredo’. In un angolo, una latrina ed un secchio. Don Sandro inganna il tempo con la lettura di quello che gli capita sotto mano: ‘Ho appena terminato il Purgatorio di Dante, ora sarei contento di passare al Paradiso ... Mi rendo conto - dice il missionario - che da parte della magistratura non c’è la volontà di chiarire. Avverto piuttosto un’ostilità crescente. Se veramente si arrivasse a breve ad un processo, so già che ne uscirò condannato’".
La sera del 3 gennaio don Ivan Maffeis avrebbe dovuto lasciare l'Africa, per rientrare a casa, ma il direttore del settimanale diocesano Vita Trentina è rimasto "bloccato" a Gibuti. Colpa dei controlli cui è stato sottoposto dai secondini del carcere nel quale era andato a trovare don Sandro De Pretis, che si sono protratti talmente tanto, da impedirgli di imbarcarsi. Don Maffeis si era recato a Gibuti per visitare il sacerdote trentino rinchiuso da ormai 65 giorni in carcere, con accuse che il missionario ha sempre respinto: "Mi sento preso in trappola - ha detto - anche se sono consapevole della mia estraneità alle accuse che mi vengono rivolte". Proprio nei racconti che aveva inviati, don Ivan aveva descritto i controlli ferrei del corpo di guardia: "‘Cosa scrivi?’. La domanda resta nell'aria. Il capo delle guardie mi strappa il taccuino e lo sfoglia con sospetto. ‘Che lavoro fai? Sei forse un avvocato? E allora chi sei? Perché tu possa uscire devo prima trovare un gibutino che conosca l'italiano e che sia in grado di tradurmi i tuoi appunti ...". Anche il 3 gennaio, quando don Ivan si era recato nel carcere per un ultima visita a don Sandro, le guardie lo hanno trattenuto per capire cosa avesse scritto. Controlli che si sono protratti moltissimo, creando un comprensibile stato di apprensione nel direttore di Vita Trentina. Alla fine, quando don Maffeis ha potuto lasciare il carcere, era ormai troppo tardi per salire sull'aereo.
Da Diego Andreatta, della redazione di Vita Trentina abbiamo appreso, che don Ivan Maffeis si è spostato da Gibuti in Eritrea, da dove prevedibilmente stasera rientrerà in Italia. Non ci sono al momento ulteriori notizie, se non i due resoconti degli incontri con don Sandro De Pretis nel carcere di Gibuti, da lui inviati e che pubblichiamo integralmente qui di seguito. Probabilmente, il direttore del settimanale diocesano Vita Trentina sarà disponibile lunedì per ulteriori informazioni.
Il testo dei resoconto integrali degli incontri di don Ivan Maffeis con don Sandro De Pretis in carcere a Gibuti
Gibuti, 1 gennaio (di Ivan Maffeis) - L’ufficiale è un altro rispetto a ieri. Si rigira tra le mani il passaporto e il permesso del Tribunale, che "autorizza il portatore a comunicare, sotto la sorveglianza di una guardia, con De Pretis Sandro, incolpato di incitamento alla depravazione e alla corruzione di minori". Fa quindi cenno di attendere, mentre manda un poliziotto a chiamare il detenuto. Il carcere, l’unico del Paese, ne contiene circa 500.
L’attesa è breve. Don Sandro arriva con un volto più disteso, anche se saluta dicendo: "Questa notte non ho dormito, troppi pensieri per la testa". Nel nostro colloquio di ieri quei pensieri avevano rivestito la forma dell’interrogatorio al quale il missionario trentino è stato sottoposto sabato 29 dicembre, quando il giudice che segue l’istruttoria l’ha strapazzato senza mezze misure.
Ci sediamo ai piedi di un albero, osservati dalle 6 guardie che stazionano all’ingresso. Una di loro è una donna, velata dalla testa ai piedi: soltanto gli occhi seguono i nostri movimenti e le nostre parole.
"Ho fatto colazione con le due mele ed il pezzo di zelten", dice sorridendo per ringraziare del segno portato dal Trentino. Veste una maglietta bianca ed un paio di calzoncini corti. Sono le 11 del mattino, la giornata è calda, ma all’ombra sopportabile. Nulla comunque rispetto alle temperature estive, con il termometro che raggiunge i 46 gradi.
"È soprattutto la sera che mi pesa - dice - quando per evitare di essere divorato dalle zanzare, sono costretto a non accendere la luce. In questo modo, la notte mi sembra lunga, troppo lunga ...".
La cella misura 4 passi per 7. Il materassino posato sul pavimento, portato da fratel Paolo, il segretario del vescovo, è l’unico "arredo". In un angolo, una latrina ed un secchio. "Lo riempio d’acqua con una piccola scatola - spiega - e in questo modo ho poi la possibilità di lavarmi ...".
La giornata inizia all’alba: "Alle 5, con l’arrivo della prima luce, mi alzo per la preghiera, che poi scandisce anche altri momenti del mattino e del pomeriggio. Non che fosse così anche prima: tra queste mura ho trovato un ritmo più intenso anche per la vita spirituale".
Inganna il tempo con la lettura di quello che gli capita sotto mano: "Ho appena terminato il Purgatorio di Dante, ora sarei contento di passare al Paradiso ...". Gli offro un paio di libri di Ryszard Kapuscinski, li prende volentieri: "Mi piace il modo di viaggiare di questo giornalista polacco - commenta - mi piace soprattutto il suo modo di stare tra la gente e di incontrare una cultura diversa dalla sua".
Le pagine di Kapuscinski ci offrono lo spunto per passare a parlare della sua missione in questo angolo del Corno d’Africa, dove don Sandro vive dal 1993. Seguendo il filo delle domande, mi racconta di Ali Sabieh, la parrocchia che ha assunto un paio d’anni fa, a 90 chilometri da Gibuti, sul confine con l’Etiopia. Vi ho dormito questa notte per vederla con i miei occhi.
I mesi di detenzione non hanno spento la passione dell’uomo che cerca Dio sui sentieri dei poveri. Il suo racconto ci porta nella cittadina di 15 mila abitanti e spazia poi fra tende di pastori nomadi. La popolazione è tutta musulmana, se si eccettua una famiglia congolese e due volontarie francesi. Il padre è cercato soprattutto per esigenze materiali: vuoi un capo di vestiario, vuoi degli aiuti alimentari o sanitari. Accanto alla chiesetta e alla povera abitazione di don Sandro, le scuole, che affiancano alla classi delle Elementari quelle per l’alfabetizzazione dei giovani: "Moltissimi di loro non sanno nè leggere nè scrivere - spiega il missionario - non hanno mai posto piede in un’aula scolastica in quanto per lo Stato semplicemente non esistono: quando sono nati i genitori non avevano quei duemila franchi (circa 12 dollari) necessari per registrarli all’anagrafe, quindi rischiano di rimanere per tutta la vita degli apolidi ...".
Arriva la suora della Consolata con i viveri per il pranzo. È il primo giorno dell’anno, c’è aria di festa. Il responsabile della guarnigione permette che lo condividiamo insieme. "È una novità non da poco - osserva don Sandro - se pensi che per il primo mese e mezzo mi hanno lasciato uscire dalla cella solo per i brevi minuti delle visite ...".
Riusciamo anche a scherzare, prima che il discorso ricada dove il dente duole: "Mi rendo conto - dice - che da parte della Magistratura non c’è la volontà di chiarire. Avverto piuttosto un’ostilità crescente. Se veramente si arrivasse a breve ad un processo, so già che ne uscirò condannato".
"Questa mia situazione è stata preparata per tempo e con cura - aggiunge - e anche se sono consapevole della mia innocenza e quindi che ‘loro’ non possono avere in mano alcuna prova, sento tutto il peso delle accuse che mi rivolgono e provo la fatica di dovermene difendere".
L’ultima speranza del missionario trentino è in un intervento di ‘peso’, ossia della stessa Presidenza del Consiglio italiano: "Finora il nostro Paese si è mosso con discrezione, anche se qualche passo significativo l’ha fatto, soprattutto grazie all’impegno del console; è stato anche bloccata la firma al finanziamento da parte della nostra Cooperazione internazionale di un ospedale qui a Gibuti, un’opera che attende ormai da una decina d’anni ... Ma, vista l’ostinazione con la quale mi stanno trattando, se non si muoveranno a livello di vertici, avrò ben poche possibilità di vedermi fatta giustizia".
Sono quasi le 14. La guardia ci fa notare in modo un po’ spazientito che stiamo esagerando. Resta il tempo per un’ultima confidenza, un abbraccio, un arrivederci a domani.
Gibuti, 2 gennaio 2008 (di Ivan Maffeis) - "Stai attento, quello di quest'oggi è il corpo di guardia più duro, quello che mi nega sistematicamente anche la possibilità di fare due passi sul corridoio davanti alla cella". Don Sandro De Pretis, il missionario trentino che vive a Gibuti dal 1993, è al suo 65° giorno di carcere. Siamo da pochi minuti seduti ai piedi di un albero, come nella migliore tradizione africana; ma non c'è accoglienza né cordialità a circondare il nostro incontro. Attorno, invece, abbiamo cinque militari, tra i quali il responsabile della guarnigione. Parliamo fra noi il più possibile con naturalezza, cercando un'impossibile estraneazione dal contesto. Alzando gli occhi, dal pertugio aperto nel muri di cinta, i familiari dei detenuti passano un po' di viveri alla guardia, perché li faccia arrivare ai loro cari. Di mano in mano, i pacchetti arrivano ai nostri controllori, che li aprono, li palpano, li ammucchiano in disparte. "Cosa scrivi?". La domanda resta nell'aria. Il capo delle guardie mi strappa il taccuino e lo sfoglia con sospetto. "Che lavoro fai? Sei forse un avvocato? E allora chi sei?". Mi guardo dal rispondere, tanto è evidente che non gli interessa. "Perché tu possa uscire - dice, indicando il portone di ferro - devo prima trovare un gibutino che conosca l'italiano e che sia in grado di tradurmi i tuoi appunti ...". Nell'aria risuona la voce gracchiante del muezzin, che invita alla preghiera. I militari giocano con la pistola, in una dimostrazione di forza che ti fa sentire niente. Vista da qui anche la tragedia che sta insanguinando il Kenya ha un sapore diverso. Quando la vita vale poco, forse meno ancora, arrivi a relativizzare anche quelle centinaia di vittime, i cui nomi - alla pari di tanti di qui - non figurano sul registro di alcuna anagrafe. "La situazione che vivo - spiega don Sandro - mi fa riflettere su quanto sia fragile la vita. Normalmente ci si arriva soltanto quando ti capita addosso una malattia improvvisa o di fronte ad un forte scoraggiamento, per un lavoro che si perde o che non si trova. Per me, invece, questa fragilità si traduce in un periodo del tutto inaspettato, dominato dalle menzogne che mi sono state rovesciate addosso e da un'ingiustizia voluta, cercata e pianificata con accanimento". I soldati ridono, parlano a voce alta, fanno correre di qua e di là per piccoli servizi due giovani detenuti. "Mi sento preso in trappola - continua il missionario - anche se sono consapevole della mia estraneità alle accuse che mi vengono rivolte: sarei un pedofilo, uno che ha abusato di minori ... A distanza di quasi tre mesi, ora sono riusciti a far saltar fuori addirittura due testimoni, pronti a puntare il dito contro di me". Il carceriere si rialza e ci si para davanti, questa volta con una tanica: "Oggi in prigione non abbiamo acqua - dice - se volete che il vostro amico si lavi, portategliela dentro questa sera". Per fortuna don Sandro è assistito quotidianamente dalla premura delle suore francescane e da quelle della Consolata, che si alternano nelle visite e non hanno timore a sostenere lo sguardo delle guardie. Ma che ne sarà di tutti gli altri, di quei 500 detenuti che sono dietro le sbarre alle nostre spalle? "Mi tiene in piedi l'affetto di tanti amici trentini - prosegue don Sandro - che so essermi vicini con il loro ricordo e la loro preghiera; mi conforta sapere che anche il mio vescovo crede alla mia innocenza ...". Riesce a scherzare, dicendo che in fondo la sua presenza nella missione di Ali Sabieh, dove vive da un paio d'anni, non è poi molto diversa: "Se penso alle ‘soddisfazioni pastorali’ che ho raccolto in quella cittadina di 15 mila abitanti, dove i cristiani si riducono ad una famiglia di immigrati e alle due volontarie francesi che gestiscono la nostra scuola ...". In carcere, però, oltre alla libertà personale, mancano anche le occasioni di contatto, quelle che hanno fatto del ‘padre’ un punto di riferimento per molti. Soprattutto per i poveri. "So che il governo italiano e anche il Vaticano si stanno dando da fare - dice ancora don Sandro - e spero proprio riescano ad intervenire in maniera risolutiva prima che si al processo, che mi vedrebbe quasi certamente condannato. La storia nella quale sono stato incastrato è veramente dura e lascia sempre più intuire interessi potenti in gioco". L'ultimo pensiero manifesta una volta di più lo spessore interiore dell'uomo: "Più che la prigione - conclude don Sandro - mi pesa sapere di essere perseguitato senza aver fatto nulla di male. Spero che anche questa prova in un modo o nell'altro contribuisca a rafforzare la presenza della comunità cristiana, che è disposta a soffrire per amore di questo Paese, di questa gente".
Ringraziamo per la gentile collaborazione nel fornire le ultime notizie sul caso di don Sandro De Pretis, i giornali locali Corriere dell'Alto Adige, L’Adige, Il Trentino e in special modo Vita Trentina.
Fonte Korazym.org
Don Ivan Maffeis si è recato a Gibuti per visitare il sacerdote, la cui situazione si aggrava: "Sono caduto in trappola. Difficile difendersi da accuse inesistenti. Ho poche possibilità di avere giustizia". Il caso si è complicato ulteriormente.
Si è svolta nella mattinata del 29 dicembre, nel tribunale di Gibuti, l'udienza per don Sandro De Pretis, 52 anni, sacerdote trentino in carcere a Gibuti, piccolo paese del Corno d’Africa, dal 28 ottobre scorso. "Scosso e amareggiato, con la netta impressione che il giudice voglia arrivare presto a una condanna per pedopornografia". Così mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti, ha descritto l'umore di don Sandro De Pretis all'uscita di una seduta lunga, alla quale il missionario trentino si è presentato provato, dopo due mesi e un giorno di detenzione in isolamento. "L'udienza era fissata per le 9 ed era a porte chiuse - spiega il vescovo -. Io sono arrivato a Palazzo di Giustizia di Gibuti intorno alle 10 e ho pazientato quasi un'ora prima che don Sandro uscisse. Sono rimasto con lui e l'ho riaccompagnato in carcere: mi ha raccontato che il giudice ha voluto prendere in esame diverse foto di quelle contenute nel suo computer e sulle quali basano le accuse, non ancora formalizzate, di pedopornografia".
Ora per il religioso trentino l'accusa è di "incitamento alla depravazione e alla corruzione di minori" e, dopo il recente interrogatorio, alle tre foto con bambini che gli erano state inizialmente contestate e che avevano fatto partire l'inchiesta per pedofilia, se ne sono aggiunte altre 15. "Mio fratello durante l'interrogatorio ha continuato a ripetere - ha spiegato il fratello Guido - che quelle nuove foto che gli sono state mostrato dal giudice non le aveva mai viste prima. Ora, tramite l'avvocato, vorremmo capire da dove sono sbucate, quando sono apparse sul disco fisso, che da mesi la polizia locale sta analizzando".
L'inchiesta, dunque, prosegue secondo il filone iniziale, che mons. Bertin ha sempre definito "pretestuoso e assurdo". Con ogni probabilità, il missionario trentino è il capro espiatorio di una vecchia vicenda, che ha coinvolto la Caritas e una Ong locale sfrattata dalla stessa Caritas in maggio, poco prima che iniziassero a circolare strane "voci" su don Sandro. "L'inchiesta dovrebbe volgere al termine - ha proseguito il vescovo di Gibuti - ma l'impressione di don Sandro è che il giudice voglia arrivare a una condanna. La posizione della magistratura, dopo l'intervento della Curia e della Farnesina, si sarebbe addirittura irrigidita. Ma questo potrebbe preludere anche a una via d'uscita: alla condanna non è escluso che segua la grazia o l'espulsione, anche se un accordo chiaro in questo senso tra Italia e Gibuti non è mai stato fatto". La pena inflitta, se don Sandro dovesse essere rinviato a giudizio e affrontare il processo con esito negativo, potrebbe però superare i dieci anni. "Tutto sarà commisurato alla gravità degli atti presentati dal magistrato a chiusura delle indagini - chiarisce monsignor Bertin -. Ma se i capi d'accusa dovessero essere quelli ventilati, il giudice potrebbe avere la mano pesante. Don Sandro era molto scosso e amareggiato, al termine dell'udienza, e nonostante la fede credo sia pessimista. Domani parlerò con l'avvocato".
Il missionario trentino era in attesa, per il giorno seguente, di una visita gradita: "So che è in arrivo don Ivan Maffeis, portavoce dell'arcivescovo di Trento, mons. Luigi Bressan e direttore del settimanale diocesano Vita trentina - confermava mons. Bertin -. Ieri, invece, ho ricevuto una telefonata dal segretario personale dell'arcivescovo di Trento che mi chiedeva informazioni circa i voli aerei: probabilmente la Curia sta pensando di mandare il vicario generale a Gibuti, magari accompagnato dal fratello di don Sandro". "Per quanto mi riguarda ho fatto slittare di qualche giorno la mia partenza per Gibuti - ha chiarito il fratello Guido - dato che attualmente sul posto è presente don Ivan Maffeis e verso il 10 gennaio il vescovo di Gibuti, mons. Giorgio Bertin, dovrebbe incontrare il papa e relazionare sulla situazione di mio fratello. Questo ovviamente se qualcosa non si muoverà prima".
Intanto, don Ivan Maffeis ha potuto incontrare in carcere a Gibuti don Sandro e proprio su questi incontri avuto con don Sandro, don Ivan ha inviato delle E-mail all’arcivescovo di Trento, mons. Bressan, per aggiornarlo. "Mi hanno riferito che mio fratello è provato - racconta Guido De Pretis - e che sta maturando la convinzione che il giudice voglia condannarlo. Mi sembra veramente il processo di Kafka". Sono giorni che la famiglia non sente don Sandro. Nonostante le numerose lettere inviate, al momento, a parte la missiva ricevuta ormai parecchie settimane fa, non hanno ricevuto alcuna risposta. Nei suoi resoconti, don Ivan ha descritto anche le condizioni in cui si trova don Sandro nel carcere: "La cella misura 4 passi per 7. Il materassino posato sul pavimento, portato da fratel Paolo, il segretario del vescovo, è l’unico ‘arredo’. In un angolo, una latrina ed un secchio. Don Sandro inganna il tempo con la lettura di quello che gli capita sotto mano: ‘Ho appena terminato il Purgatorio di Dante, ora sarei contento di passare al Paradiso ... Mi rendo conto - dice il missionario - che da parte della magistratura non c’è la volontà di chiarire. Avverto piuttosto un’ostilità crescente. Se veramente si arrivasse a breve ad un processo, so già che ne uscirò condannato’".
La sera del 3 gennaio don Ivan Maffeis avrebbe dovuto lasciare l'Africa, per rientrare a casa, ma il direttore del settimanale diocesano Vita Trentina è rimasto "bloccato" a Gibuti. Colpa dei controlli cui è stato sottoposto dai secondini del carcere nel quale era andato a trovare don Sandro De Pretis, che si sono protratti talmente tanto, da impedirgli di imbarcarsi. Don Maffeis si era recato a Gibuti per visitare il sacerdote trentino rinchiuso da ormai 65 giorni in carcere, con accuse che il missionario ha sempre respinto: "Mi sento preso in trappola - ha detto - anche se sono consapevole della mia estraneità alle accuse che mi vengono rivolte". Proprio nei racconti che aveva inviati, don Ivan aveva descritto i controlli ferrei del corpo di guardia: "‘Cosa scrivi?’. La domanda resta nell'aria. Il capo delle guardie mi strappa il taccuino e lo sfoglia con sospetto. ‘Che lavoro fai? Sei forse un avvocato? E allora chi sei? Perché tu possa uscire devo prima trovare un gibutino che conosca l'italiano e che sia in grado di tradurmi i tuoi appunti ...". Anche il 3 gennaio, quando don Ivan si era recato nel carcere per un ultima visita a don Sandro, le guardie lo hanno trattenuto per capire cosa avesse scritto. Controlli che si sono protratti moltissimo, creando un comprensibile stato di apprensione nel direttore di Vita Trentina. Alla fine, quando don Maffeis ha potuto lasciare il carcere, era ormai troppo tardi per salire sull'aereo.
Da Diego Andreatta, della redazione di Vita Trentina abbiamo appreso, che don Ivan Maffeis si è spostato da Gibuti in Eritrea, da dove prevedibilmente stasera rientrerà in Italia. Non ci sono al momento ulteriori notizie, se non i due resoconti degli incontri con don Sandro De Pretis nel carcere di Gibuti, da lui inviati e che pubblichiamo integralmente qui di seguito. Probabilmente, il direttore del settimanale diocesano Vita Trentina sarà disponibile lunedì per ulteriori informazioni.
Il testo dei resoconto integrali degli incontri di don Ivan Maffeis con don Sandro De Pretis in carcere a Gibuti
Gibuti, 1 gennaio (di Ivan Maffeis) - L’ufficiale è un altro rispetto a ieri. Si rigira tra le mani il passaporto e il permesso del Tribunale, che "autorizza il portatore a comunicare, sotto la sorveglianza di una guardia, con De Pretis Sandro, incolpato di incitamento alla depravazione e alla corruzione di minori". Fa quindi cenno di attendere, mentre manda un poliziotto a chiamare il detenuto. Il carcere, l’unico del Paese, ne contiene circa 500.
L’attesa è breve. Don Sandro arriva con un volto più disteso, anche se saluta dicendo: "Questa notte non ho dormito, troppi pensieri per la testa". Nel nostro colloquio di ieri quei pensieri avevano rivestito la forma dell’interrogatorio al quale il missionario trentino è stato sottoposto sabato 29 dicembre, quando il giudice che segue l’istruttoria l’ha strapazzato senza mezze misure.
Ci sediamo ai piedi di un albero, osservati dalle 6 guardie che stazionano all’ingresso. Una di loro è una donna, velata dalla testa ai piedi: soltanto gli occhi seguono i nostri movimenti e le nostre parole.
"Ho fatto colazione con le due mele ed il pezzo di zelten", dice sorridendo per ringraziare del segno portato dal Trentino. Veste una maglietta bianca ed un paio di calzoncini corti. Sono le 11 del mattino, la giornata è calda, ma all’ombra sopportabile. Nulla comunque rispetto alle temperature estive, con il termometro che raggiunge i 46 gradi.
"È soprattutto la sera che mi pesa - dice - quando per evitare di essere divorato dalle zanzare, sono costretto a non accendere la luce. In questo modo, la notte mi sembra lunga, troppo lunga ...".
La cella misura 4 passi per 7. Il materassino posato sul pavimento, portato da fratel Paolo, il segretario del vescovo, è l’unico "arredo". In un angolo, una latrina ed un secchio. "Lo riempio d’acqua con una piccola scatola - spiega - e in questo modo ho poi la possibilità di lavarmi ...".
La giornata inizia all’alba: "Alle 5, con l’arrivo della prima luce, mi alzo per la preghiera, che poi scandisce anche altri momenti del mattino e del pomeriggio. Non che fosse così anche prima: tra queste mura ho trovato un ritmo più intenso anche per la vita spirituale".
Inganna il tempo con la lettura di quello che gli capita sotto mano: "Ho appena terminato il Purgatorio di Dante, ora sarei contento di passare al Paradiso ...". Gli offro un paio di libri di Ryszard Kapuscinski, li prende volentieri: "Mi piace il modo di viaggiare di questo giornalista polacco - commenta - mi piace soprattutto il suo modo di stare tra la gente e di incontrare una cultura diversa dalla sua".
Le pagine di Kapuscinski ci offrono lo spunto per passare a parlare della sua missione in questo angolo del Corno d’Africa, dove don Sandro vive dal 1993. Seguendo il filo delle domande, mi racconta di Ali Sabieh, la parrocchia che ha assunto un paio d’anni fa, a 90 chilometri da Gibuti, sul confine con l’Etiopia. Vi ho dormito questa notte per vederla con i miei occhi.
I mesi di detenzione non hanno spento la passione dell’uomo che cerca Dio sui sentieri dei poveri. Il suo racconto ci porta nella cittadina di 15 mila abitanti e spazia poi fra tende di pastori nomadi. La popolazione è tutta musulmana, se si eccettua una famiglia congolese e due volontarie francesi. Il padre è cercato soprattutto per esigenze materiali: vuoi un capo di vestiario, vuoi degli aiuti alimentari o sanitari. Accanto alla chiesetta e alla povera abitazione di don Sandro, le scuole, che affiancano alla classi delle Elementari quelle per l’alfabetizzazione dei giovani: "Moltissimi di loro non sanno nè leggere nè scrivere - spiega il missionario - non hanno mai posto piede in un’aula scolastica in quanto per lo Stato semplicemente non esistono: quando sono nati i genitori non avevano quei duemila franchi (circa 12 dollari) necessari per registrarli all’anagrafe, quindi rischiano di rimanere per tutta la vita degli apolidi ...".
Arriva la suora della Consolata con i viveri per il pranzo. È il primo giorno dell’anno, c’è aria di festa. Il responsabile della guarnigione permette che lo condividiamo insieme. "È una novità non da poco - osserva don Sandro - se pensi che per il primo mese e mezzo mi hanno lasciato uscire dalla cella solo per i brevi minuti delle visite ...".
Riusciamo anche a scherzare, prima che il discorso ricada dove il dente duole: "Mi rendo conto - dice - che da parte della Magistratura non c’è la volontà di chiarire. Avverto piuttosto un’ostilità crescente. Se veramente si arrivasse a breve ad un processo, so già che ne uscirò condannato".
"Questa mia situazione è stata preparata per tempo e con cura - aggiunge - e anche se sono consapevole della mia innocenza e quindi che ‘loro’ non possono avere in mano alcuna prova, sento tutto il peso delle accuse che mi rivolgono e provo la fatica di dovermene difendere".
L’ultima speranza del missionario trentino è in un intervento di ‘peso’, ossia della stessa Presidenza del Consiglio italiano: "Finora il nostro Paese si è mosso con discrezione, anche se qualche passo significativo l’ha fatto, soprattutto grazie all’impegno del console; è stato anche bloccata la firma al finanziamento da parte della nostra Cooperazione internazionale di un ospedale qui a Gibuti, un’opera che attende ormai da una decina d’anni ... Ma, vista l’ostinazione con la quale mi stanno trattando, se non si muoveranno a livello di vertici, avrò ben poche possibilità di vedermi fatta giustizia".
Sono quasi le 14. La guardia ci fa notare in modo un po’ spazientito che stiamo esagerando. Resta il tempo per un’ultima confidenza, un abbraccio, un arrivederci a domani.
Gibuti, 2 gennaio 2008 (di Ivan Maffeis) - "Stai attento, quello di quest'oggi è il corpo di guardia più duro, quello che mi nega sistematicamente anche la possibilità di fare due passi sul corridoio davanti alla cella". Don Sandro De Pretis, il missionario trentino che vive a Gibuti dal 1993, è al suo 65° giorno di carcere. Siamo da pochi minuti seduti ai piedi di un albero, come nella migliore tradizione africana; ma non c'è accoglienza né cordialità a circondare il nostro incontro. Attorno, invece, abbiamo cinque militari, tra i quali il responsabile della guarnigione. Parliamo fra noi il più possibile con naturalezza, cercando un'impossibile estraneazione dal contesto. Alzando gli occhi, dal pertugio aperto nel muri di cinta, i familiari dei detenuti passano un po' di viveri alla guardia, perché li faccia arrivare ai loro cari. Di mano in mano, i pacchetti arrivano ai nostri controllori, che li aprono, li palpano, li ammucchiano in disparte. "Cosa scrivi?". La domanda resta nell'aria. Il capo delle guardie mi strappa il taccuino e lo sfoglia con sospetto. "Che lavoro fai? Sei forse un avvocato? E allora chi sei?". Mi guardo dal rispondere, tanto è evidente che non gli interessa. "Perché tu possa uscire - dice, indicando il portone di ferro - devo prima trovare un gibutino che conosca l'italiano e che sia in grado di tradurmi i tuoi appunti ...". Nell'aria risuona la voce gracchiante del muezzin, che invita alla preghiera. I militari giocano con la pistola, in una dimostrazione di forza che ti fa sentire niente. Vista da qui anche la tragedia che sta insanguinando il Kenya ha un sapore diverso. Quando la vita vale poco, forse meno ancora, arrivi a relativizzare anche quelle centinaia di vittime, i cui nomi - alla pari di tanti di qui - non figurano sul registro di alcuna anagrafe. "La situazione che vivo - spiega don Sandro - mi fa riflettere su quanto sia fragile la vita. Normalmente ci si arriva soltanto quando ti capita addosso una malattia improvvisa o di fronte ad un forte scoraggiamento, per un lavoro che si perde o che non si trova. Per me, invece, questa fragilità si traduce in un periodo del tutto inaspettato, dominato dalle menzogne che mi sono state rovesciate addosso e da un'ingiustizia voluta, cercata e pianificata con accanimento". I soldati ridono, parlano a voce alta, fanno correre di qua e di là per piccoli servizi due giovani detenuti. "Mi sento preso in trappola - continua il missionario - anche se sono consapevole della mia estraneità alle accuse che mi vengono rivolte: sarei un pedofilo, uno che ha abusato di minori ... A distanza di quasi tre mesi, ora sono riusciti a far saltar fuori addirittura due testimoni, pronti a puntare il dito contro di me". Il carceriere si rialza e ci si para davanti, questa volta con una tanica: "Oggi in prigione non abbiamo acqua - dice - se volete che il vostro amico si lavi, portategliela dentro questa sera". Per fortuna don Sandro è assistito quotidianamente dalla premura delle suore francescane e da quelle della Consolata, che si alternano nelle visite e non hanno timore a sostenere lo sguardo delle guardie. Ma che ne sarà di tutti gli altri, di quei 500 detenuti che sono dietro le sbarre alle nostre spalle? "Mi tiene in piedi l'affetto di tanti amici trentini - prosegue don Sandro - che so essermi vicini con il loro ricordo e la loro preghiera; mi conforta sapere che anche il mio vescovo crede alla mia innocenza ...". Riesce a scherzare, dicendo che in fondo la sua presenza nella missione di Ali Sabieh, dove vive da un paio d'anni, non è poi molto diversa: "Se penso alle ‘soddisfazioni pastorali’ che ho raccolto in quella cittadina di 15 mila abitanti, dove i cristiani si riducono ad una famiglia di immigrati e alle due volontarie francesi che gestiscono la nostra scuola ...". In carcere, però, oltre alla libertà personale, mancano anche le occasioni di contatto, quelle che hanno fatto del ‘padre’ un punto di riferimento per molti. Soprattutto per i poveri. "So che il governo italiano e anche il Vaticano si stanno dando da fare - dice ancora don Sandro - e spero proprio riescano ad intervenire in maniera risolutiva prima che si al processo, che mi vedrebbe quasi certamente condannato. La storia nella quale sono stato incastrato è veramente dura e lascia sempre più intuire interessi potenti in gioco". L'ultimo pensiero manifesta una volta di più lo spessore interiore dell'uomo: "Più che la prigione - conclude don Sandro - mi pesa sapere di essere perseguitato senza aver fatto nulla di male. Spero che anche questa prova in un modo o nell'altro contribuisca a rafforzare la presenza della comunità cristiana, che è disposta a soffrire per amore di questo Paese, di questa gente".
Ringraziamo per la gentile collaborazione nel fornire le ultime notizie sul caso di don Sandro De Pretis, i giornali locali Corriere dell'Alto Adige, L’Adige, Il Trentino e in special modo Vita Trentina.
Fonte Korazym.org
Missionario in Uganda ingravida la figlia
Quello che sta accadendo nelle chiese di tutte le confessioni fa temere per il futuro dell'umanità. Si ha l'impressione che il clero, perduta ogni forma di inibizione, voglia rifarsi dell'astinenza sessuale che è stato costretto a subire per secoli.Un missionario che opera a Kempala, accusato di aver violentato e ingravidato la figlia ancora adolescente, si è difeso, sostenendo che si trattava di calunnie messe in giro da altri missionari gelosi della sua popolarità.Chiamata a testimoniare dai giudici del tribunale locale, la madre della vittima - riporta il Weekly Observer - ha dichiarato che sedici anni prima era stata ripetutamente violentata dallo stesso missionario e che da quel rapporto era nata una bambina.Il codice penale ugandese prevede pene molto severe per i reati attinenti al sesso. Punisce infatti con quattro anni di reclusione la violenza carnale e con sette anni l'incesto, che però si trasformano in ergastolo nei casi in cui l'abuso sessuale sulla figlia o altra congiunta stretta si compie quando la vittima non ha raggiunto ancora i diciotto anni di età. Il missionario ha rigettato l'accusa, ma la figlia l'ha confermata nel corso di un'intervista concessa a un quotidiano locale davanti a un pubblico inorridito, mentre gli intervistatori hanno rinfacciato al pedofilo incestuoso di aver letto due documenti a sua firma nei quali riconosce di aver violentato sua figlia e di essere il padre naturale del frutto della violenza. Il turpe figuro era stato denunciato all'autorità giudiziaria da una organizzazione per i diritti umani di Kampala.Fino a questo momento il tribunale adìto non ha dato inizio a nessuna azione, in quanto il crimine di cui si è macchiato il missionario era stato commesso in un'altra contea.E' oramai convinzione comune che, dopo aver perduto ogni credibilità, il clero si ritroverà a guidare un gregge sempre più piccolo e smarrito.
Fonte trotzky - antiglob@yahoo.it
Fonte trotzky - antiglob@yahoo.it
giovedì 3 gennaio 2008
Prete denunciato per violenza sessuale: la Curia sapeva?
di Nicola Rosselli del 2/01/2008
AVERSA. La Curia aversana conosceva già le presunte debolezze di don Marco Cerullo, il sacerdote di Villa Literno che, nell’immediatezza delle festività natalizie, è stato sorpreso dai carabinieri in auto, parcheggiata in aperta campagna, mentre avrebbe tentato di abusare di unragazzino di dodici anni?La risposta, stando ai bene informati, sarebbe positiva, soprattutto se si considera che la stessa Curia aveva disposto, un mese prima, il trasferimento del giovane sacerdote, di 33 anni, da viceparroco di una parrocchia a Villa Literno ad un’altra di Casal di Principe, nel maldestro tentativo di fare in modo che il sacerdote si redimesse. Unasperanza assurda, se così fosse. Visto che trasferire una persona non significa certamente fare in modo che vengano meno le sue inclinazioni, più o meno corrette che siano. Qualche anno fa la stessa decisione sarebbe stata adottata, a fronte di voci più o meno circostanziate, nei confronti di un altro sacerdote trasferito in fretta e furia in un paesino diun’altra provincia campana. Insomma, la Chiesa aversana sicomporterebbe come lo struzzo. Farebbe quasi finta di non vedere, limitandosi ad un trasferimento che non ottiene altro risultato se non quello di inquinare altre realtà . Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il cardinaleCrescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, originario di Carinaro, dell’intera vicenda. Qualcuno dovrebbe raccontarglielo.
AVERSA. La Curia aversana conosceva già le presunte debolezze di don Marco Cerullo, il sacerdote di Villa Literno che, nell’immediatezza delle festività natalizie, è stato sorpreso dai carabinieri in auto, parcheggiata in aperta campagna, mentre avrebbe tentato di abusare di unragazzino di dodici anni?La risposta, stando ai bene informati, sarebbe positiva, soprattutto se si considera che la stessa Curia aveva disposto, un mese prima, il trasferimento del giovane sacerdote, di 33 anni, da viceparroco di una parrocchia a Villa Literno ad un’altra di Casal di Principe, nel maldestro tentativo di fare in modo che il sacerdote si redimesse. Unasperanza assurda, se così fosse. Visto che trasferire una persona non significa certamente fare in modo che vengano meno le sue inclinazioni, più o meno corrette che siano. Qualche anno fa la stessa decisione sarebbe stata adottata, a fronte di voci più o meno circostanziate, nei confronti di un altro sacerdote trasferito in fretta e furia in un paesino diun’altra provincia campana. Insomma, la Chiesa aversana sicomporterebbe come lo struzzo. Farebbe quasi finta di non vedere, limitandosi ad un trasferimento che non ottiene altro risultato se non quello di inquinare altre realtà . Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il cardinaleCrescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, originario di Carinaro, dell’intera vicenda. Qualcuno dovrebbe raccontarglielo.
Scuola: picchia insegnante figlia, denunciata madre a Elmas
La bimba avrebbe detto di essere stata maltrattata
(ANSA) - CAGLIARI, 2GEN-Avrebbe picchiato la maestra della figlia; concluse le indagini, e' stata denunciata per violenza e minacce aggravate a pubblico ufficiale. La mattina del 5 novembre gli agenti erano intervenuti nella scuola elementare di Elmas dove una insegnante aveva subito una aggressione. Secondo quanto ricostruito, la bambina avrebbe confidato alla madre di essere stata maltrattata dall' insegnante, e la donna avrebbe reagito colpendo violentemente al volto la maestra
(ANSA) - CAGLIARI, 2GEN-Avrebbe picchiato la maestra della figlia; concluse le indagini, e' stata denunciata per violenza e minacce aggravate a pubblico ufficiale. La mattina del 5 novembre gli agenti erano intervenuti nella scuola elementare di Elmas dove una insegnante aveva subito una aggressione. Secondo quanto ricostruito, la bambina avrebbe confidato alla madre di essere stata maltrattata dall' insegnante, e la donna avrebbe reagito colpendo violentemente al volto la maestra
mercoledì 2 gennaio 2008
Pedofilia, ecco la rete degli orchi. Su Internet i siti dell'orrore
16 luglio 2007
L'inchiesta: 250mila quelli censiti, ne vengono chiusi a centinaia ma risorgono in continuazione
di PAOLO BERIZZI
Pedofilia, ecco la Rete degli orchiSu Internet i siti dell'orrore
La divisione investigativa della polizia delle comunicazioniMILANO - Per entrare nella stanza dell'orco non bisogna nemmeno bussare. Si saltano le presentazioni. Nessuna maschera o identità posticcia. Al massimo: un nickname a scadenza. In molti casi neanche quello. Entri e fai i tuoi porci comodi, e anche ottimi affari. Indisturbato. Impunito. Senza pagare un centesimo. Anche se con Internet non sei un drago. Bastano un minimo di dimestichezza telematica e un paio di dritte giuste per accedere gratuitamente alla galleria degli orrori della pedofilia on line. Lì si può mettere in piedi, in quattro e quattr'otto, un mercato nostrano, redditizio. Scarichi, gratis, foto vietatissime, e le rivendi. Spiega un italiano che si firma Eric e che conosco su un forum cileno: "Crei un free book a costo zero, lo immetti sul web, attivi le modalità di pagamento attraverso il solito sistema di carte di credito, e il gioco è fatto". In un giorno puoi mettere in cascina anche 10 mila contatti. Che sono un bel po' di soldi. Su 10 mila visitatori il 10 per cento (1000 utenti) acquista; un book di 10 foto viene sugli 80 euro (70 $); in ventiquattro ore i più furbi riescono a tirare su anche 80mila euro. Si chiamano pedosciacalli. Sono i nuovi raider della pedofilia telematica. Scaricano gratis e rivendono. Una figura di pedofilo autarchico, furbetto. Il business prima del piacere sessuale. O assieme. Sono loro, oggi, il vero incubo delle polizie postali di tutto il mondo. Per un po' di giorni abbiamo navigato nel mare grande della pedopornografia: per capire quanto fosse diffuso, e quanto fosse facile entrarci. Troppo, in entrambi i casi. Abbiamo conosciuto i pedosciacalli e i pedofili delle chat, quelli che si scambiano materiale non a fini di lucro ma solo per piacere. E i pedofili culturali, certo, la versione sofisticata, solo apparentemente platonica, dell'orco. E poi i pedofili sfacciati, quelli che si mostrano in viso e ti invitano a entrare nella loro "grande famiglia". Quella dove l'amore "non ha barriere", e "i nostri angeli e le nostre ninfe meritano solo dolci carezze". Entrando in queste "grandi famiglie" - sono 256.302 i siti web monitorati dal 2001 a oggi dalla polizia postale, 155 quelli chiusi in Italia, 10.376 quelli segnalati all'estero - abbiamo visto foto e video di bambini e bambine di ogni età. Nudi, seminudi, qualcuno cosciente, la maggior parte no, tutti abusati, ridotti a pupazzi con lo sguardo vitreo dai loro aguzzini. È stato un viaggio nell'orrore, in un nero mercato che prevede anche la morte. I pedofili immettono nel circuito telematico immagini delle loro prede da morte dandole in pasto - a pagamento, fino a 20 mila euro in Europa, molto meno se riesci a scovarle sugli ormai diffusissimi e più economici portali mediorientali, soprattutto iraniani e iracheni o africani - ai maniaci del pedosnuff (snuff, morire). Oppure le fissano sul digitale quando devono ancora nascere.
Quando sono feti di sette-otto mesi. "La merce più rara e più ambita della pedofilia estrema, assieme ai bambini sfigurati vittime di incidenti stradali, oggi sono le ecografie neonatali - spiega don Fortunato Di Noto, dell'associazione Meter impegnata da anni nella lotta alla pedofilia - . Gli "infantofili", e cioè gli amanti del genere da 0 a 4 anni, una tipologia in continua crescita, se le contendono a caro prezzo: anche 10 mila euro se l'immagine è nitida. E il commercio sul web è sempre più fiorente". Alcune ecografie provengono dagli ospedali e dagli studi medici del Sud Italia, da Napoli, da Palermo, o dai paesini sonnacchiosi dell'entroterra dove tutto accade e nessuno sa. Non sanno i medici, non sanno le ostetriche, non sanno i genitori. Chi sa benissimo ciò che sta facendo sono i cyber utenti. Una tribù che ogni giorno a tutte le ore si scambia materiale, esperienze, curiosità, indirizzi web, consigli, sulla loro ossessione. Sono un esercito gigantesco i pedofili virtuali. Alex, americano del New Jersey, barba e capelli stile Bee Gees, non si fa problemi a mostrarsi in viso, sbracato in poltrona, o nel letto, in compagnia delle sue lolite. Nel suo portale - del quale omettiamo volutamente l'indirizzo ma che è in assoluto uno dei più frequentati e forniti - Alex espone i prodotti della ditta. Si va dai neonati alle bambine di sette-otto anni. Ci sono foto da voltastomaco. Decine di porn lover page e in mezzo lui, in canottiera, orgoglioso, che tiene in braccio una bambina con addosso solo il pannolino. Mi informa che questo mese c'è un'offerta speciale: "79 $ per tutta la settimana". In pratica: paghi e per sette giorni hai accesso alle immagini. Ma decine di foto sono scaricabili senza pagare. Crearsi un quaderno personale è un attimo. Rivenderlo, pure. Una delle cose più impressionanti di questo mercato è la facilità con cui da consumatore puoi diventare produttore. Per dire: ci sono navigatori italiani che hanno spremuto il sito di Alex e ne hanno fatto un pozzo di approvvigionamento per i loro business. Non daremo il nome di questi e altri siti e chat e forum - l'iniziale e basta - per evidenti ragioni. Se ne occuperà la polizia postale. Gli adolescenti sono già bombardati dai pedofili via telefonino: una pioggia di messaggi per invogliarli a spogliarsi, a inviare foto in cambio di ricariche telefoniche e piccole regalie. Un adescamento sempre più diffuso, che ha per obiettivo finale l'incontro. I primi connazionali con cui entriamo in contatto li incrociamo sul forum "K...". Una chat di boylover e girlover dove si danno appuntamento pedofili di tutto il mondo. Non ci sono foto, su "K"; solo messaggi. Dopo essere stati esaminati e accettati accediamo alla room chiamata the lounge. Michele-Ita e Salvatore-Ita: ci si firma così, con nome - vero o falso che sia - e sigla della nazione di provenienza. Michele mi dà il benvenuto in inglese: "Ciao, sono felice di conoscere una persona come me libera da pregiudizi. Questo - aggiunge con soddisfazione - è l'unico forum dove si può conversare liberamente e condividere in allegria la passione per i bambini e le bambine". Provo a rivolgere a Michele qualche domanda vagamente personale. E' evasivo. Mi dice solo: "Ho 48 anni e adoro i bambini tra i 10 e i 14 anni". I pedofili (a eccezione dei "culturali") non amano parlare troppo di sé. Di solito vanno subito al sodo. Si concentrano sulla preda. Sulle fotografie, sui video. Scambiano dritte sui siti dove poter reperire materiale. Salvatore-Ita snocciola un indirizzo buono fatto di molti numeri: "Vai su "2..." e troverai roba interessante". Clicco. Si schiude l'home page di uno dei portali più grossi e hard nel panorama della pedofilia virtuale. Sequenze interminabili di neonati e bambini ritratti in pose oscene. Mi accolgono in modo ospitale: "Benvenuto nella "sick...", il paradiso della depravazione infantile". Scene di sesso tra adulti e bambini, o solo tra bambini. Sono minori di varie nazionalità. A occhio, soprattutto Europa dell'Est, Asia, Africa. Secondo i dati raccolti dall'associazione Meter e incrociati coi colleghi di altre nazioni, i bambini coinvolti nel mercato pedopornografico sono oltre 2 milioni: il 78% femmine, il 22% maschi. Per il 70% sono di razza bianca, per il 20 di provenienza asiatica e africana, e per il 10 di origine araba e mediorientale.
Seconda parte dell'inchiesta. Un giro di affari spaventosoSu Internet si presentano come "grandi famiglie"
Pedofilia, olocausto bianco due milioni le vittime in Rete / 2
di PAOLO BERIZZI
MILANO - L'archivio di free photo su "2...." è corposo. Basta cliccarci sopra e le puoi scaricare. La prima e anche l'ultima cosa che pensi è: possibile che nessuno riesca a bloccare quella sequenza di immagini? Domenico Vulpiani è il direttore capo della polizia postale: "I siti a pagamento, che in effetti contengono anche delle foto e dei video scaricabili gratuitamente, in realtà offrono sempre lo stesso materiale: sono come un film porno, le immagini sono sempre quelle. Ai veri pedofili oggi interessa roba nuova, produzione domestica, casalinga, non i posati, pure hard e molto spinti, dei pay site. Il materiale se lo scambiano nelle chat. Tra una discussione e l'altra. Anche se apparentemente innocuo, il terreno più infetto e pericoloso oggi sono proprio le chat". Lolita, Fiordaliso, Ninfe. Nomi da retorica pedopornografica. Parole chiave con cui accedere alle decine di forum dell'orgoglio pedofilo. E alle loro bacheche. Sempre su "2...": "Mi intriga molto la sezione dei ragazzini", scrive un tedesco che si firma Hans B. Eric, dalla Francia, ringrazia: "Complimenti per l'ottimo lavoro. Questo è in assoluto il sito che preferisco". Hans B lo ritrovo un paio di giorni dopo chattando su "C...", una chat creata dal cileno Alain (vive a Santiago, fa l'insegnante, film preferiti Fucking Amal e Lolita). "Vieni a trovarmi su "f..." e su "l...". Poi mi dici cosa ne pensi, a proposito di amore libero e senza più barriere. Ok?". Aggiunge: "Ho molto materiale da offrirti, tu ne hai? Potremmo scambiare qualche video, cose con piccoli angeli di due o tre anni... ".
"La centrale mondiale della pedopornografia oggi è San Pietroburgo - continua don Di Noto - La maggior parte dei bambini e anche la produzione di video e fotografie provengono da là. Gli italiani quei siti li divorano, ne creano di loro ma su server stranieri. Perché sui server italiani c'è un controllo capillare e ormai serratissimo, divulgare materiale è rischioso". Usa, Russia, Iran, Iraq, Israele, Sudafrica, Nigeria: la mappa dell'"olocausto bianco", come lo chiamano le decine di organizzazioni che combattono la pedofilia in tutto il mondo, è in continuo e sfuggente movimento. Su 158 milioni di minori sfruttati ogni anno in tutto il pianeta, si calcola siano almeno 2 milioni quelli coinvolti nel mercato pedopornografico. Una tratta da 1 milione e 200 mila piccoli schiavi ogni anno. I loro corpi ingrassano gli affari dei pedosciacalli. Le persone arrestate per pedofilia on line dalla polizia postale, dal 2001 a oggi, sono state 187; 3.346 le perquisizioni, 3.655 i soggetti denunciati in stato di libertà. "Stiamo mettendo a punto una black list. In pratica vieteremo l'accesso a tutti i siti pedopornografici con i provider italiani - spiega Marcello La Bella, direttore della polizia postale di Catania - Almeno con quelli... Perché con i provider stranieri uno può accedervi comunque". Per questo la maggior parte dei nostri pedofili on line si sposta, almeno virtualmente, in Olanda e in Belgio e nel Lichtenstein (patria dei pedofili culturali). Per la serie: fatta la legge, trovato l'inganno. L'americano Alex è un pedofilo sfacciato. Sa di rischiare la galera, anzi, come informa nel suo sito, al fresco ci è già stato. Ma tant'è, "amo i bambini e amo passare il tempo in loro compagnia. Questo sito è una grande famiglia dove chiunque può accedere". Altri, più subdoli di Alex, autosdoganandosi e rivendicando il loro diritto ad "amare i minori", si nascondono dietro il fragile paravento della pedofilia culturale. Teorizzano. Filosofeggiano sui portali dove è tutto un inno all'orgoglio pedofilo. Si ammantano di una patina culturale, tirano in ballo il Simposio di Platone. Poi abbandonano i sofismi e si fiondano nella vetrina-labirinto dove sono esposte le loro vittime: e lì comprano "piccole creature" con cui divertirsi. Una delle principali porte di accesso italiane alla pedofilia culturale è il sito "J...". Sull'home page campeggia il ritratto di un adolescente con la folta chioma pettinata a caschetto. Sopra c'è scritto: ""J" è stato creato apposta per quanti scoprono di potersi innamorare di bambini o giovani. Di questi tempi - si legge - non è cosa facile scoprire questa parte di sé. Qui si può parlare di questi sentimenti in un'atmosfera confidenziale. Potrai ascoltare come altre persone vivono questa condizione e ti sarà possibile fare la tua scelta. Ricordati che non sei solo!". E poi: "Ti aiuteremo a vivere questo amore in un modo responsabile e rispettoso delle leggi". Sono discussioni che vorrebbero apparire igieniche, quelle dei pedofili culturali. Chattando nei loro forum si possono tracciare dei profili umani. Uomini dai 30 ai 60 anni, cultura medio-alta, affetti da un apparente sdoppiamento della personalità. Pedofili sì, ma in senso buono, è la loro tesi. Che poi non si capisce come sia possibile. Il confine è molto, troppo labile. Scrive Carlo M, 46 anni, divorziato: "L'unica forma di amore puro e innocente puoi provarla per un bambino. Non credo più alle storie con gente adulta, uomo o donna che sia. Tradiscono, mentono. Non hanno la purezza e la sincerità dei nostri splendidi angeli". Gli diamo corda, e così anche a Eugenio che si fa chiamare Gene. Scrive: "Lo studio come lo sport sono ambiti dove il bambino o l'adolescente può e deve trovare libero sfogo. A noi tocca il compito di incanalare quello sfogo in una crescita formativa". Può sembrare una frase innocente, ma a leggere tra le righe mette i brividi. Né conforta la tesi di Domenico Vulpiani: "In realtà al vero pedofilo della pedofilia culturale non importa nulla. Non gli servono le parole ma le immagini". Vado per l'ultima volta nella child room di "2...", e subito in quella, violentissima, di "P...". Un link mi trascina nell'archivio "Lolita...". E' un pugno al ventre. Mi inviano una cartolina dal Canada. Non avrei mai voluto riceverla. Mi assale un conato di vomito. Esco dalla stanza dell'orco con il desiderio di non entrarci più. (Fine)
La Repubblica 16 luglio 2007
L'inchiesta: 250mila quelli censiti, ne vengono chiusi a centinaia ma risorgono in continuazione
di PAOLO BERIZZI
Pedofilia, ecco la Rete degli orchiSu Internet i siti dell'orrore
La divisione investigativa della polizia delle comunicazioniMILANO - Per entrare nella stanza dell'orco non bisogna nemmeno bussare. Si saltano le presentazioni. Nessuna maschera o identità posticcia. Al massimo: un nickname a scadenza. In molti casi neanche quello. Entri e fai i tuoi porci comodi, e anche ottimi affari. Indisturbato. Impunito. Senza pagare un centesimo. Anche se con Internet non sei un drago. Bastano un minimo di dimestichezza telematica e un paio di dritte giuste per accedere gratuitamente alla galleria degli orrori della pedofilia on line. Lì si può mettere in piedi, in quattro e quattr'otto, un mercato nostrano, redditizio. Scarichi, gratis, foto vietatissime, e le rivendi. Spiega un italiano che si firma Eric e che conosco su un forum cileno: "Crei un free book a costo zero, lo immetti sul web, attivi le modalità di pagamento attraverso il solito sistema di carte di credito, e il gioco è fatto". In un giorno puoi mettere in cascina anche 10 mila contatti. Che sono un bel po' di soldi. Su 10 mila visitatori il 10 per cento (1000 utenti) acquista; un book di 10 foto viene sugli 80 euro (70 $); in ventiquattro ore i più furbi riescono a tirare su anche 80mila euro. Si chiamano pedosciacalli. Sono i nuovi raider della pedofilia telematica. Scaricano gratis e rivendono. Una figura di pedofilo autarchico, furbetto. Il business prima del piacere sessuale. O assieme. Sono loro, oggi, il vero incubo delle polizie postali di tutto il mondo. Per un po' di giorni abbiamo navigato nel mare grande della pedopornografia: per capire quanto fosse diffuso, e quanto fosse facile entrarci. Troppo, in entrambi i casi. Abbiamo conosciuto i pedosciacalli e i pedofili delle chat, quelli che si scambiano materiale non a fini di lucro ma solo per piacere. E i pedofili culturali, certo, la versione sofisticata, solo apparentemente platonica, dell'orco. E poi i pedofili sfacciati, quelli che si mostrano in viso e ti invitano a entrare nella loro "grande famiglia". Quella dove l'amore "non ha barriere", e "i nostri angeli e le nostre ninfe meritano solo dolci carezze". Entrando in queste "grandi famiglie" - sono 256.302 i siti web monitorati dal 2001 a oggi dalla polizia postale, 155 quelli chiusi in Italia, 10.376 quelli segnalati all'estero - abbiamo visto foto e video di bambini e bambine di ogni età. Nudi, seminudi, qualcuno cosciente, la maggior parte no, tutti abusati, ridotti a pupazzi con lo sguardo vitreo dai loro aguzzini. È stato un viaggio nell'orrore, in un nero mercato che prevede anche la morte. I pedofili immettono nel circuito telematico immagini delle loro prede da morte dandole in pasto - a pagamento, fino a 20 mila euro in Europa, molto meno se riesci a scovarle sugli ormai diffusissimi e più economici portali mediorientali, soprattutto iraniani e iracheni o africani - ai maniaci del pedosnuff (snuff, morire). Oppure le fissano sul digitale quando devono ancora nascere.
Quando sono feti di sette-otto mesi. "La merce più rara e più ambita della pedofilia estrema, assieme ai bambini sfigurati vittime di incidenti stradali, oggi sono le ecografie neonatali - spiega don Fortunato Di Noto, dell'associazione Meter impegnata da anni nella lotta alla pedofilia - . Gli "infantofili", e cioè gli amanti del genere da 0 a 4 anni, una tipologia in continua crescita, se le contendono a caro prezzo: anche 10 mila euro se l'immagine è nitida. E il commercio sul web è sempre più fiorente". Alcune ecografie provengono dagli ospedali e dagli studi medici del Sud Italia, da Napoli, da Palermo, o dai paesini sonnacchiosi dell'entroterra dove tutto accade e nessuno sa. Non sanno i medici, non sanno le ostetriche, non sanno i genitori. Chi sa benissimo ciò che sta facendo sono i cyber utenti. Una tribù che ogni giorno a tutte le ore si scambia materiale, esperienze, curiosità, indirizzi web, consigli, sulla loro ossessione. Sono un esercito gigantesco i pedofili virtuali. Alex, americano del New Jersey, barba e capelli stile Bee Gees, non si fa problemi a mostrarsi in viso, sbracato in poltrona, o nel letto, in compagnia delle sue lolite. Nel suo portale - del quale omettiamo volutamente l'indirizzo ma che è in assoluto uno dei più frequentati e forniti - Alex espone i prodotti della ditta. Si va dai neonati alle bambine di sette-otto anni. Ci sono foto da voltastomaco. Decine di porn lover page e in mezzo lui, in canottiera, orgoglioso, che tiene in braccio una bambina con addosso solo il pannolino. Mi informa che questo mese c'è un'offerta speciale: "79 $ per tutta la settimana". In pratica: paghi e per sette giorni hai accesso alle immagini. Ma decine di foto sono scaricabili senza pagare. Crearsi un quaderno personale è un attimo. Rivenderlo, pure. Una delle cose più impressionanti di questo mercato è la facilità con cui da consumatore puoi diventare produttore. Per dire: ci sono navigatori italiani che hanno spremuto il sito di Alex e ne hanno fatto un pozzo di approvvigionamento per i loro business. Non daremo il nome di questi e altri siti e chat e forum - l'iniziale e basta - per evidenti ragioni. Se ne occuperà la polizia postale. Gli adolescenti sono già bombardati dai pedofili via telefonino: una pioggia di messaggi per invogliarli a spogliarsi, a inviare foto in cambio di ricariche telefoniche e piccole regalie. Un adescamento sempre più diffuso, che ha per obiettivo finale l'incontro. I primi connazionali con cui entriamo in contatto li incrociamo sul forum "K...". Una chat di boylover e girlover dove si danno appuntamento pedofili di tutto il mondo. Non ci sono foto, su "K"; solo messaggi. Dopo essere stati esaminati e accettati accediamo alla room chiamata the lounge. Michele-Ita e Salvatore-Ita: ci si firma così, con nome - vero o falso che sia - e sigla della nazione di provenienza. Michele mi dà il benvenuto in inglese: "Ciao, sono felice di conoscere una persona come me libera da pregiudizi. Questo - aggiunge con soddisfazione - è l'unico forum dove si può conversare liberamente e condividere in allegria la passione per i bambini e le bambine". Provo a rivolgere a Michele qualche domanda vagamente personale. E' evasivo. Mi dice solo: "Ho 48 anni e adoro i bambini tra i 10 e i 14 anni". I pedofili (a eccezione dei "culturali") non amano parlare troppo di sé. Di solito vanno subito al sodo. Si concentrano sulla preda. Sulle fotografie, sui video. Scambiano dritte sui siti dove poter reperire materiale. Salvatore-Ita snocciola un indirizzo buono fatto di molti numeri: "Vai su "2..." e troverai roba interessante". Clicco. Si schiude l'home page di uno dei portali più grossi e hard nel panorama della pedofilia virtuale. Sequenze interminabili di neonati e bambini ritratti in pose oscene. Mi accolgono in modo ospitale: "Benvenuto nella "sick...", il paradiso della depravazione infantile". Scene di sesso tra adulti e bambini, o solo tra bambini. Sono minori di varie nazionalità. A occhio, soprattutto Europa dell'Est, Asia, Africa. Secondo i dati raccolti dall'associazione Meter e incrociati coi colleghi di altre nazioni, i bambini coinvolti nel mercato pedopornografico sono oltre 2 milioni: il 78% femmine, il 22% maschi. Per il 70% sono di razza bianca, per il 20 di provenienza asiatica e africana, e per il 10 di origine araba e mediorientale.
Seconda parte dell'inchiesta. Un giro di affari spaventosoSu Internet si presentano come "grandi famiglie"
Pedofilia, olocausto bianco due milioni le vittime in Rete / 2
di PAOLO BERIZZI
MILANO - L'archivio di free photo su "2...." è corposo. Basta cliccarci sopra e le puoi scaricare. La prima e anche l'ultima cosa che pensi è: possibile che nessuno riesca a bloccare quella sequenza di immagini? Domenico Vulpiani è il direttore capo della polizia postale: "I siti a pagamento, che in effetti contengono anche delle foto e dei video scaricabili gratuitamente, in realtà offrono sempre lo stesso materiale: sono come un film porno, le immagini sono sempre quelle. Ai veri pedofili oggi interessa roba nuova, produzione domestica, casalinga, non i posati, pure hard e molto spinti, dei pay site. Il materiale se lo scambiano nelle chat. Tra una discussione e l'altra. Anche se apparentemente innocuo, il terreno più infetto e pericoloso oggi sono proprio le chat". Lolita, Fiordaliso, Ninfe. Nomi da retorica pedopornografica. Parole chiave con cui accedere alle decine di forum dell'orgoglio pedofilo. E alle loro bacheche. Sempre su "2...": "Mi intriga molto la sezione dei ragazzini", scrive un tedesco che si firma Hans B. Eric, dalla Francia, ringrazia: "Complimenti per l'ottimo lavoro. Questo è in assoluto il sito che preferisco". Hans B lo ritrovo un paio di giorni dopo chattando su "C...", una chat creata dal cileno Alain (vive a Santiago, fa l'insegnante, film preferiti Fucking Amal e Lolita). "Vieni a trovarmi su "f..." e su "l...". Poi mi dici cosa ne pensi, a proposito di amore libero e senza più barriere. Ok?". Aggiunge: "Ho molto materiale da offrirti, tu ne hai? Potremmo scambiare qualche video, cose con piccoli angeli di due o tre anni... ".
"La centrale mondiale della pedopornografia oggi è San Pietroburgo - continua don Di Noto - La maggior parte dei bambini e anche la produzione di video e fotografie provengono da là. Gli italiani quei siti li divorano, ne creano di loro ma su server stranieri. Perché sui server italiani c'è un controllo capillare e ormai serratissimo, divulgare materiale è rischioso". Usa, Russia, Iran, Iraq, Israele, Sudafrica, Nigeria: la mappa dell'"olocausto bianco", come lo chiamano le decine di organizzazioni che combattono la pedofilia in tutto il mondo, è in continuo e sfuggente movimento. Su 158 milioni di minori sfruttati ogni anno in tutto il pianeta, si calcola siano almeno 2 milioni quelli coinvolti nel mercato pedopornografico. Una tratta da 1 milione e 200 mila piccoli schiavi ogni anno. I loro corpi ingrassano gli affari dei pedosciacalli. Le persone arrestate per pedofilia on line dalla polizia postale, dal 2001 a oggi, sono state 187; 3.346 le perquisizioni, 3.655 i soggetti denunciati in stato di libertà. "Stiamo mettendo a punto una black list. In pratica vieteremo l'accesso a tutti i siti pedopornografici con i provider italiani - spiega Marcello La Bella, direttore della polizia postale di Catania - Almeno con quelli... Perché con i provider stranieri uno può accedervi comunque". Per questo la maggior parte dei nostri pedofili on line si sposta, almeno virtualmente, in Olanda e in Belgio e nel Lichtenstein (patria dei pedofili culturali). Per la serie: fatta la legge, trovato l'inganno. L'americano Alex è un pedofilo sfacciato. Sa di rischiare la galera, anzi, come informa nel suo sito, al fresco ci è già stato. Ma tant'è, "amo i bambini e amo passare il tempo in loro compagnia. Questo sito è una grande famiglia dove chiunque può accedere". Altri, più subdoli di Alex, autosdoganandosi e rivendicando il loro diritto ad "amare i minori", si nascondono dietro il fragile paravento della pedofilia culturale. Teorizzano. Filosofeggiano sui portali dove è tutto un inno all'orgoglio pedofilo. Si ammantano di una patina culturale, tirano in ballo il Simposio di Platone. Poi abbandonano i sofismi e si fiondano nella vetrina-labirinto dove sono esposte le loro vittime: e lì comprano "piccole creature" con cui divertirsi. Una delle principali porte di accesso italiane alla pedofilia culturale è il sito "J...". Sull'home page campeggia il ritratto di un adolescente con la folta chioma pettinata a caschetto. Sopra c'è scritto: ""J" è stato creato apposta per quanti scoprono di potersi innamorare di bambini o giovani. Di questi tempi - si legge - non è cosa facile scoprire questa parte di sé. Qui si può parlare di questi sentimenti in un'atmosfera confidenziale. Potrai ascoltare come altre persone vivono questa condizione e ti sarà possibile fare la tua scelta. Ricordati che non sei solo!". E poi: "Ti aiuteremo a vivere questo amore in un modo responsabile e rispettoso delle leggi". Sono discussioni che vorrebbero apparire igieniche, quelle dei pedofili culturali. Chattando nei loro forum si possono tracciare dei profili umani. Uomini dai 30 ai 60 anni, cultura medio-alta, affetti da un apparente sdoppiamento della personalità. Pedofili sì, ma in senso buono, è la loro tesi. Che poi non si capisce come sia possibile. Il confine è molto, troppo labile. Scrive Carlo M, 46 anni, divorziato: "L'unica forma di amore puro e innocente puoi provarla per un bambino. Non credo più alle storie con gente adulta, uomo o donna che sia. Tradiscono, mentono. Non hanno la purezza e la sincerità dei nostri splendidi angeli". Gli diamo corda, e così anche a Eugenio che si fa chiamare Gene. Scrive: "Lo studio come lo sport sono ambiti dove il bambino o l'adolescente può e deve trovare libero sfogo. A noi tocca il compito di incanalare quello sfogo in una crescita formativa". Può sembrare una frase innocente, ma a leggere tra le righe mette i brividi. Né conforta la tesi di Domenico Vulpiani: "In realtà al vero pedofilo della pedofilia culturale non importa nulla. Non gli servono le parole ma le immagini". Vado per l'ultima volta nella child room di "2...", e subito in quella, violentissima, di "P...". Un link mi trascina nell'archivio "Lolita...". E' un pugno al ventre. Mi inviano una cartolina dal Canada. Non avrei mai voluto riceverla. Mi assale un conato di vomito. Esco dalla stanza dell'orco con il desiderio di non entrarci più. (Fine)
La Repubblica 16 luglio 2007
Iscriviti a:
Post (Atom)



