giovedì 13 novembre 2008

Arezzo:"L'amante di mamma mi ha violentato". In aula entrambi i due innamorati.

STORIA TORBIDA

Una storia tremenda di stupro. La madre avrebbe chiuso gli occhi mentre il suo amante violentava la figlia. Sotto accusa anche il padre che avrebbe saputo del tentativo di stupro e ne avrebbe approfittato per organizzare un'estorisione ai danni dell'uomo


Arezzo, 13 novembre 2008 - La storia è di quelle un po’ grasse che si incontrano negli scandali di provincia. La madre avrebbe chiuso gli occhi mentre il suo amante violentava la figlia. E il padre si sarebbe approfittato della situazione ricattando lo stupratore: dammi i soldi se vuoi evitare che denunci. Il risultato è che stamani saranno tutti nell’aula del Gip Anna Maria Lo Prete, accusati a vario titolo di violenza sessuale, concorso ed estorsione. Nei panni di chi punta il dito sulle nefandezze degli adulti la ragazzina di allora (aveva 17 anni) che nel frattempo è diventata donna e si è anche sposata. C’è chi nega e chi patteggia. Nega tutto l’amante, è pronto a concordare la pena per estorsione il padre che si sarebbe abbassato al ricatto, o meglio al tentativo, come è contestato nel capo di imputazione del Pm Giuseppe Ledda.

Comincia tutto nella primavera del 2004, quando la ragazza viene invitata nell’auto dell’amante, un quarantenne, col consenso, anzi con la calda raccomandazione della mamma, di cui si suppone sapesse le intenzioni dell’uomo e le favorisse. Finisce in una stradina di campagna dalle parti di San Leo: la diciassettenne si trova con l’amico della madre che abbassa il sedile dell’auto, le salta addosso, tenta di stuprarla, allungando le mani un po’ dappertutto. Questo almeno è quello che lei racconta qualche giorno dopo nella denuncia in questura raccolta dalla squadra mobile. E non è tutto. Perchè in una situazione familiare disastrata, il padre sa benissimo che la moglie ha un’amante e chiude tutti e due gli occhi. Non solo. In qualche modo viene a conoscenza del tentativo di violenza nei confronti della figlia e ne approfitta non per cercare giustizia, ma per tentare un ricatto. All’amico della moglie dice papale papale: dammi mille euro se vuoi evitare che anch’io vada a denunciare tutto. Il quarantenne dice di aver rifiutato, ma basta il tentativo a far scattare il reato. E’ estorsione e l’avvocato del padre, Giuseppe Renzetti, proverà oggi a patteggiare la pena. Un punto a favore dell’accusa, che a questo punto può vantare una sorta di sostegno tangibile all’ipotesi d’accusa: se c’è stato ricatto, deve esserci stato anche qualcosa dal quale il ricatto è nato.

Il che non impedisce all’amante quarantenne, difeso dall’avvocato Francesco Molino, di negare tutto e di dirsi innocente. Alla sua posizione, ovviamente, è legata quella della mamma: se lui non ha violentato la figlia, lei non può aver concorso nel reato. Quella di stamani sarà dunque un’udienza caldissima. L’accusa è odiosa. Lo è per il quarantenne e lo è ancor di più per i genitori, che si vedono chiamati in causa per aver speculato sulla figlia. Una per tenersi stretto l’amante, l’altro per lucrare dei soldi da un tentativo di stupro. In aula non si faranno compromessi. Stavolta non ci sono di mezzo riti abbreviati. Si va al proscioglimento, assai improbabile in questa fase, o al processo pubblico, dinanzi al collegio del tribunale. La ragazza potrebbe costituirsi parte civile, anche non ci sono certezze.

Al gip adesso e ai giudici poi il compito di provare a dipanare il groviglio di vipere di una famiglia che a una famiglia assomigliava assai poco e delle accuse reciproche, in cui tutti sono contro tutti. Il classico caso in cui nessuno dava buoni consigli per la semplice ragione che si preferiva dare il cattivo esempio.
Salvatore Mannino
La Nazione 13 novembre 2008

lunedì 10 novembre 2008

PEDOFILIA: TRENTO, IN QUEL BOSCO, ALBERTO ROMEI LI VIOLENTO': “SU QUEI RAGAZZI DANNI IMMENSI”

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Sei anni di reclusione e 280 mila euro di risarcimento alle pati civili e’ la pena a cui il tribunale di Trento ha condannato oggi Alberto Romeri, 51 anni di Nave San Felice, l’uomo che nel febbraio di quest’anno venne arrestato con l’accusa di aver molestato sessualmente alcuni minori nei pressi del bosco sopra il lago di Terlago.

Gli avvocati Nicola Degaudenz e Paolo Fava hanno fatto della partecipazione attiva dei due adolescenti la spina dorsale della propria difesa. Nessuna scusante per gli atti sessuali con minori di 14 anni, ma la certezza che i rapporti avvennero senza costrizione. E per convincere i giudici (Ancona, Serao e Forlenza) i difensori ieri hanno giocato una carta a sorpresa, presentandosi in aula con un computer portatile caricato con il video dei rapporto orale tra uno dei due tredicenni e Romeri e da questi filmato con la telecamera. «Prendetevi due minuti per guardarlo - hanno chiesto i legali ai giudici - e capirete che il sesso in quel bosco non era certo ottenuto con la forza». I magistrati si sono ritirati in camera di consiglio per visionare il filmato e forse questa si è rivelata la carta vincente per contenere la pena.

Secondo i giudici i due ragazzi avrebbero partecipato attivamenti ai rapporti, sentendosene anche gratificati. In una sola occasione ci sarebbe stata violenza: quando Romeri - stando al racconto della vittima - avrebbe trascinato nel bosco uno dei due tredicenni costringendolo ad avere un rapporto. Ma a quel rapporto - argomentano i giudici - ne sono seguiti molti altri, segno che il minore non sarebbe stato soggiogato psicologicamente da Romeri. Di tutt’altro avviso le parti civili - costituite con gli avvocati Paolo Demattè e Maurizio Piccoli - e soprattutto il pm Davide Ognibene. Nella sua requisitoria la procura ha chiarito che quelli contestati all’imputato sono fatti di estrema gravità, soprattutto alla luce di quanto affermato dallo stesso consulente della difesa secondo il quale Romeri agiva non perché violento o pedofilo ma solo per una ricerca del piacere. «Ha rovinato la sessualità a questi tredicenni» - ha concluso il pm, ritenendo l’imputato pericoloso e violento. Nel suo computer, ha spiegato il pm, sono state trovate foto raccapriccianti, compresa quella (scaricata da internet) di una bimba di appena due anni costretta ad un rapporto sessuale durante il quale la piccola piange e chiama la mamma. Immagini choc, che solo una personalità con tendenza ad una sessualità prevaricatrice potrebbe apprezzare. Di qui la richiesta ad una condanna a dodici anni di reclusione, ridotti a otto per lo sconto di un terzo dovuto alla scelta del rito abbreviato.

«Su quei ragazzini danni immensi»
TRENTO. «Il danno inflitto ai ragazzini è semplicemente immenso». Il senso più profondo di tutta l’inchiesta sulla pedofilia al lago di Terlago è racchiuso in poche righe scritte dal giudice Carlo Ancona nelle motivazioni della sentenza che ha condannato Alberto Romeri a sei anni di carcere. Forse quei due ragazzi non sono stati violentati e costretti con la forza ai rapporti sessuali, ma Romeri ha approfittato della loro «sessualità incerta», segnando «in modo indelebile la personalità» di quei due tredicenni. Le sei pagine depositate ieri dal giudice ricostruiscono in sintesi la vicenda partendo dalle denunce presentate dalle famiglie delle due giovani vittime che - con Romeri - ebbero alcuni rapporti sessuali nell’orami noto boschetto che domina il lago di Terlago. Il giudice ritiene «contraddittorie» tra loro le testimonianze delle vittime, ma nel contempo fa proprio l’esito della perizia della dottoressa Boccagni che ha giudicato attendibili i due ragazzini. Elemento essenziale per valutare la pena da infliggere all’imputato è stato per i giudici la presenza o meno di violenza nei rapporti sessuali. Per un ragazzino questo problema - scrive Ancona - non si pone: «Di vere e proprie violenze non parla nemmeno la vittima, limitandosi a riferire di telefonate intercorse con Romeri (…), ma che però fanno riferimento ad una fase avanzata dei rapporti con i protagonisti». Come dire: se anche quelle telefonate di minaccia («se non vieni faccio male ai tuoi genitori») ci furono, esse vennero fatte quando già il ragazzino e Romeri avevano avuto rapporti. Diversa la posizione del secondo minore. Secondo i giudici in questo caso Romeri avrebbe usato violenza almeno durante il primo incontro sessuale, quando «venne afferrato per un braccio, portato in un luogo riparato e assoggettato a rapporti sessuali in condizioni di privazione della libertà perché l’uomo lo teneva sempre con forza per il braccio». Tuttavia - stando alle motivazioni della sentenza - «la volontà dei rapporti sessuali intrattenuti non è in discussione per gli incontri successivi al primo, quando l’imputato aveva ormai conquistato la complicità dei ragazzi, gratificandoli della partecipazione a rapporti sessuali apparentemente paritetici». Tutto questo - però - non fa venir meno la gravità delle conseguenze patite dai due tredicenni, che Ancona sottolinea con forza: «Il fatto che solo all’inizio sia stata usata coercizione fisica (…) costituisce il sintomo di un aggravamento del danno: evidentemente, ormai, dopo i primi incontri l’influenza della condotta dell’imputato aveva consolidato i suoi effetti sulla personalità dei ragazzini». Tutto questo ha provocato «grave disagio in famiglia, nel senso di non aver più la stessa confidenza nel colloquio con il figlio su molti argomenti di interesse per il suo futuro». - Luca Petermaier
L'Adige 9 novembre 2008

- PEDOFILIA: AVVOCATO BOLZANINO, ABUSI SUI NIPOTI, ORA UN ALTRA DENUNCIA A SUO CARICO

Pedofilia: un’altra denuncia
ROVERETO. Il fascicolo a carico dell’avvocato bolzanino accusato di pedofilia, per le molestie avvenute ad Arco sui suoi due nipotini, si fa più pesante. Nei giorni scorso il procuratore roveretano Rodrigo Merlo ha aggiunto a quegli episodi una seconda denuncia: vittima una ragazzina roveretana di 13 anni, molestata nel dicembre scorso mentre passava sulla pista ciclabile lungo l’Adige nella zona di Marco. Il giorno dopo quel bruttissimo episodio, assieme ai genitori aveva denunciato l’accaduto ai carabinieri, fornendo una sommaria descrizione del pedofilo. Denuncia contro ignoti, comunque. Sono stati gli stessi genitori, in seguito al clamore di stampa suscitato dall’arresto del legale bolzanino, a notare nel poco che si è detto finora di lui delle coincidenze con quanto riferito dalla figlia. Si sono presentati nuovamente ai carabinieri, suggerendo un approfondimento, che è stato compiuto. E la ragazza, che mai ha avuto modo di vedere fotografie dell’avvocato, lo avrebbe identificato con certezza riconoscendo proprio in lui l’autore di quelle molestie. A questo punto la denuncia è confluita nel fascicolo già aperto a carico del legale bolzanino: una svolta, se le prime supposizioni dell’accusa si dovessero rivelare fondate, non solo perchè dimostrebbe una tendenza consolidata, ma soprattutto perchè aggiunge credibilità anche alla prima denuncia. Contestata dall’avvocato con la massima forza. I nipoti sono molto piccoli: 4 e 8 anni. Ha puntanto la difesa su suggestione e malinteso.


PEDOFILIA: ROVERETO, AVVOCATO BOLZANINO AGLI ARRESTI PER ABUSO SESSUALE, CI SAREBBERO NUOVI ELEMENTI

Ci sarebbero nuovi elementi di accusa a carico dell’avvocato bolzanino agli arresti domiciliari dall’agosto scorso nell’ambito di un’inchiesta su presunti abusi sessuali nei confronti di minori del Basso Sarca, condotta dal procuratore capo di Rovereto Rodrigo Merlo. Ora una ragazzina di 13 anni - secondo quanto reso noto dal quotidiano L’Adige - avrebbe raccontato ai carabinieri di avere subito nel dicembre scorso attenzioni sessuali da un uomo di mezza eta’ lungo la pista ciclabile a Marco, in Vallagarina. Dopo un confronto sull’identikit, che pare avrebbe dato esisto positivo, la procura di Rovereto sta accertando la sussistenza delle accuse. Intanto nei prossimi giorni si terra’ ‘incidente probatorio per verificare l’attendibilita’ delle testimonianze del piu’ piccolo dei bambini coinvolti nella vicenda giudiziaria. (ANSA).

Bidello accusato di abusi su bimbo 3 anni

legali del bidello accusato per un episodio accaduto due anni fa chiedono il rito alternativo: «Purché il giudice conceda la perizia neuropsichiatrica per verificare l’attendibilità della vittima»
Presunte molestie su un bambino, perizia sui famigliari



Si terrà mercoledì prossimo alle 9.30 l'udienza preliminare del processo del bidello di una scuola dell'infanzia del Lido accusato, nel dicembre 2006, di presunte molestie sessuali ai danni di un bimbo di tre anni. Dopo l'incidente probatorio, la vicenda potrà arrivare ad una svolta. I legali dell'operatore scolastico M.G. finito nella bufera, chiederanno il rito abbreviato, richiesta condizionata però, dallo svolgimento di alcuni altri accertamenti, come una perizia, da parte del neuropsichiatra infantile al bambino ed estesa anche al suo nucleo familiare per poter valutare ulteriormente l'effettiva attendibilità della testimonianza del bimbo in tenerissima età. I legali del dipendente scolastico, Renato Alberini e Augusto Palese, preannunciano così una svolta nella linea difensiva.
«Formalizzeremo la richiesta in fase d'udienza spiega l'avvocato Alberini dando la nostra disponibilità a rinunciare al dibattimento e ad essere giudicati dal giudice, poiché ci sia un supplemento di accertamenti che riteniamo indispensabili per provare l'assoluta estraneità del nostro assistito ai fatti che gli sono stati addebitati. Crediamo sia opportuna una perizia neuropsichiatrica per fare luce sull'effettiva attendibilità della versione fornita dal bimbo. Se il giudice accetterà le nostre richieste opteremo per la forma abbreviata, altrimenti andremo al processo ordinario. Non possiamo che confermare ciò che abbiamo sostenuto fin dall'inizio - continua il legale - e cioè che ci opponiamo fermamente, invece, a qualsiasi forma di patteggiamento, data la nostra convinzione dell'assoluta estraneità rispetto alle accuse che sono stato mosse all'operatore ausiliario. E su questa linea andiamo avanti».

Oltre ad una perizia neuropsichiatrica la difesa potrebbe chiedere un ulteriore accertamento: il parere del medico legale che possa effettivamente rilevare se le lesioni sofferte dal minore e giudicate anche compatibili con possibili abusi sessuali, non siano state invece causate da un semplice arrossamento, che potrebbe essere comune ai bambini di quell'età.

Lorenzo Mayer il Gazzettino 9 novembre 2008

Pedofilo Recidivo Agrigento, i periti: Jacono è sano di mente




Cronaca -
Pedofilo recidivo, il perito: "E' sano di mente"
di Silvio Schembri

"Vincenzo Iacono è sano di mente e perfettamente capace di intendere e di volere". E' quanto scritto nella perizia psichiatrica chiesta per il 46enne agrigentino che, lo scorso febbraio, avrebbe violentato una bambina di quattro anni.E' invece diverso il parere espresso dal perito di parte, il quale sostiene che l'imputato soffra di "turbe psichiche".Iacono, difeso dall'avvocato Raimondo Cipolla, aveva chiesto il chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato, al fine di ottenere, in caso di condanna, uno sconto di pena.La prossima udienza è stata programmata per giovedì 20 novembre durante la quale Vincenzo Iacono potrebbe ricevere la condanna.
Agrigento news- 17/10/2008 08:39

sabato 8 novembre 2008

Orrore a Eboli, segregato da ex guardia carceraria: "Schiavo? Lo aiutavo a vivere"

L’orrore di Eboli, cinque ore di interrogatorio per l’ex guardia carceraria arrestata
«Schiavo? Lo aiutavo a vivere» Somma si difende: «A Cosimo ho dato un tetto»


Somma si difende davanti ai giudici. La vittima trasferita dai familiari a Varese
Eboli. È durato quattro ore l’interrogatorio di Mangiafuoco. Alessandro Somma, 54 anni, l’ex guardia carceraria, ha risposto a tutte le domande del gip Orio e del pm Penna. L’indagato rischia 15 anni di carcere per le due accuse mosse dai carabinieri di Eboli: sequestro di persona e riduzione in schiavitù. Somma poteva avvalersi della facoltà di non rispondere. Non lo ha fatto. Ha rigettato tutte le accuse di Cosimo De Stefano, 45 anni, la vittima incatenata nel tugurio agricolo in località Scorziello. Assistito dagli avvocati Franco e Costantino Cardiello, l’ex guardia giurata si è difeso su tutte le accuse. «Nutriamo molti dubbi sulle tesi accusatorie», scrivono i legali di Somma. Il quale, se non proprio un padre, cerca di accreditare di sè l’immagine di un fratello maggiore di De Stefano. «Conosco Cosimo De Stefano, era lui che veniva da me, mi cercava - ha dichiarato Somma -. Io gli ho dato un tetto, lo facevo dormire, non l’ho mai costretto a fare cose contro la sua volontà. Io schiavista? Non tenevo Cosimo in catene».
FRANCESCO FAENZA Eboli. È durato quattro ore l’interrogatorio di Mangiafuoco. Alessandro Somma, 54 anni, l’ex guardia carceraria, ha risposto a tutte le domande del gip Orio e del pm Penna. L’indagato rischia 15 anni di carcere per le due accuse mosse dai carabinieri di Eboli: sequestro di persona e riduzione in schiavitù. Somma poteva avvalersi della facoltà di non rispondere. Non lo ha fatto. Ha rigettato tutte le accuse di Cosimo De Stefano, 45 anni, la vittima incatenata nel tugurio agricolo in località Scorziello. Assistito dagli avvocati Franco e Costantino Cardiello, l’ex guardia giurata si è difeso su tutte le accuse. «Nutriamo molti dubbi sulle tesi accusatorie - scrivono i legali di Somma -. Questa mattina saremo a colloquio con il nostro cliente. L’interrogatorio è durato 4 ore, durante le quali Somma ha dichiarato e dimostrato la sua innocenza. Avvieremo comunque delle indagini difensive per fare piena luce sul caso». Mangiafuoco era un filantropo, è questa strategia degli avvocati difensori. «Conosco Cosimo De Stefano, era lui che veniva da me, mi cercava - ha dichiarato Somma -. Io gli ho dato un tetto, lo facevo dormire, non l’ho mai costretto a fare cose contro la sua volontà. La sera lo lasciavo nella casa di Scorziello, me ne tornavo dai miei familiari, a Campagna (Somma è sposato ed è padre di due figli, ndr)». Il racconto dell’indagato è condito di aneddoti sugli ultimi due giorni trascorsi De Stefano: «Io schiavista? Non tenevo Cosimo in catene - ha ribadito Somma -. De Stefano, martedì mattina, ha mangiato con me, mia madre e mio cugino. Non gli ho mai imposto nulla. Gli ho offerto un tetto. Lui sapeva che a Scorziello avevo un rudere malmesso, con una sola lampadina funzionante, con i miei cani. De Stefano sapeva che i servizi igienici erano rotti, che doveva utilizzare un secchio. Lui mi ha chiesto un letto dove dormire. Io gliel’ho offerto». Sulle catene ritrovate dai carabinieri, però, Somma non è riuscito a giustificarsi. Altra accusa. Lunedì 3 novembre, De Stefano lascia la casa in località Scorziello. Va da Tonino, un amico del Quadrivio di Campagna. Secondo l’accusa, Somma sarebbe accorso a Campagna per riprendersi De Stefano con la forza. Anche su questo, l’indagato ebolitano solleva molti dubbi: «Mercoledì sera ero in giro, quando Cosimo mi ha chiamato. Mi ha chiesto di raggiungerlo al Quadrivio di Campagna. Cosimo tifa per la Juventus, stava vedendo la partita contro il Real Madrid, in un circolo ricreativo. Sono andato al Quadrivio, ci siamo incontrati e si è fatto accompagnare nella mia proprietà in località Scorziello». Erano le 23, quando Somma e De Stefano si sono diretti nell’agro ebolitano. Cinque ore dopo sono arrivati i carabinieri di Nobile Risi. E hanno trovato De Stefano chiuso in una stanza decrepita, incatenato, mentre Somma dormiva in un locale accanto, in un letto a due piazze. Mangiafuoco è stato arrestato, la sua vittima è stata affidata ai servizi sociali. Il rudere con i nove pitbul, ridotto in condizioni antigieniche e disumane, è ora sotto sequestro.

Un Biglietto verso la libertà
MARIA VITA DELLA MONICA Eboli. Un biglietto per Varese. Cosimo De Stefano, 45 anni, ha ricevuto dai servizi sociali un ticket ferroviario per allontanarsi da Eboli. Dovrebbe raggiungere dei familiari, nel nord della Lombardia. La località è segreta. E i dubbi che lasci Eboli sono tanti. Chi lo conosce, conferma il suo attaccamento alla città: «Ritorna sempre qui. Questo è il suo paese, la città dove è cresciuto. Non resisterà a lungo, tornerà presto a Eboli». O forse se ne andrà a Campagna, nella frazione Quadrivio, dove ha conosciuto un altro amico, Tonino. Proprio questa nuova amicizia avrebbe scatenato l’ira di Alessandro Somma, il suo progetto folle di riprendersi Cosimo De Stefano, di rinchiuderlo in catene, di costringerlo a vivere nel rudere di località Scorziello. Cosimo aveva un nuovo amico: Tonino. E proprio Tonino, mercoledì sera, ha chiamato i carabinieri per chiedere la liberazione di Cosimo. Ha indicato il rudere agricolo, la località ebolitana, le condizioni in cui De Stefano era ridotto. Grazie alle dichiarazioni di Tonino, i carabinieri hanno organizzato il blitz di giovedì notte. I due si sono conosciuti in ospedale, nel reparto di chirurgia. Tonino era ricoverato, Cosimo si trovava di passaggio. Al Maria Santissima Addolorata, De Stefano è conosciuto da molti sanitari e infemieri. Faceva il parcheggiatore abusivo, diversi anni fa. Era stato assunto anche come volontario, in una croce privata. Da diversi anni, però, De Stefano non viveva più "intorno" all'ospedale. Nata l’amicizia con Tonino, il 45enne ebolitano ha deciso di abbandonare Somma, di trasferirsi a Campagna. Ma dopo cinque anni di convivenza, Mangiafuoco ha reagito male, ha raggiunto Cosimo a casa del nuovo amico, lo ha “convinto” a seguirlo di nuovo in località Scorziello. Cinque anni di convivenza finiti nel modo peggiore. Dopo il blitz liberatorio dei carabinieri, Di Stefano ha parlato tutta la notte con i militari del maggiore Risi, lasciando di sasso gli investigatori con i suoi racconti ai limiti della realtà: «Somma mi costringeva a lavorare la terra, ad accudire i nove pitbull, ad effettuare lavori edili nella casa in località Scorziello», è l'atto d'accusa di De Stefano. Il resto lo hanno visto e fotografato i carabinieri. Il catenaccio davanti alla porta, le catene alle mani e ai piedi di De Stefano, i nove pitbull da sfamare, con strane cicatrici sul dorso e sul viso, le condizioni igieniche inesistenti, topi morti sui pavimenti, pozzanghere stagnanti in casa, rifiuti sparsi ovunque.

Alanno (PE): suora circuisce anziana, condannata a 18 mesi

Un anno e mezzo di reclusione per circonvenzione di incapace: questa la condanna comminata dal tribunale di San Valentino a una suora sessantaduenne, Giuseppa Iovino. La religiosa avrebbe infatti sottratto oltre 300.000 euro a un’ospite della casa di riposo che gestiva ad Alanno, intascando inoltre quasi la metà della pensione spettante alla degente, che secondo una perizia psichiatrica aveva una ridotta capacità di intendere e di volere.

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