sabato 12 gennaio 2008

Il governo intervenga prima che sia troppo tardi. Don Sandro de Pretis ha urgente bisogno di aiuto.



Fonte: rivista cattolica korazym.org


di Barbara Marino/ 12/01/2008

L'arcidiocesi di Trento teme per la vita del missionario trentino in carcere da oltre due mesi, a Gibuti (dove i diritti umani non esistono), con l'accusa - infondata e farneticante - di pedofilia. Rischia un processo iniquo e una condanna ingiusta.

L’arcidiocesi di Trento - per voce di don Ivan Matteis, direttore del settimanale diocesano Vita Trentina - teme per la vita del missionario trentino in carcere a Gibuti (dove i diritti umani non esistono) da oltre due mesi con l'accusa - infondata e farneticante - di pedofilia. rischia un processo iniquo e una condanna ingiusta. Dal 9 fino al 14 gennaio è a Roma il vescovo di Gibuti, mons. Giorgio Bertin in visita ad limina e presenterà a papa Benedetto XVI la situazione di don Sandro De Pretis.

Il caso del missionario trentino in carcere a Gibuti da oltre due mesi con l’accusa infamante - e infondata - di pedofilia presenta un’analogia inquietante con la vicenda di un giudice francese, Bernard Borrell, pure accusato di pedofilia dodici anni fa nel piccolo stato africano e poi morto in circostanze misteriose. L’accostamento tra le due vicende viene fatto dal settimanale diocesano Vita Trentina, della diocesi di origine del missionario carcerato, don Sandro De Pretis.Anche la morte misteriosa del giudice francese Borrell, la cui vedova ha ottenuto recentemente da Sarkozy la promessa di un’inchiesta approfondita sulla morte del marito, sarebbe da collegare a un'inchiesta di Borrell su affari poco chiari tra autorità di Gibuti e cooperanti francesi. Anche nei confronti di Borrell venne avanzata l'accusa di pedofilia e poi si disse che si era suicidato per il rimorso, lui giudice cattolico, ceduto a una simile depravazione. A rafforzare la convinzione della diocesi trentina, che la vicenda di don Depretis nasconda qualcosa di poco chiaro ci sarebbe il fatto, come racconta Vita Trentina, che ad interessarsi direttamente del caso sia lo stesso presidente di Gibuti e che "in un paese dove mediando si trova una soluzione a tutto, la vicenda del prete trentino cozza contro un muro di gomma". "La diplomazia italiana ha fatto la sua strada - scrive don Maffeis - bloccando anche un finanziamento significativo. Ma invano".
Nell'articolo di fondo del settimanale diocesano Vita Trentina in edicola, il direttore, che nei giorni scorsi ha fatto visita al prete nel carcera a Gibuti, si dice convinto che la vita di don Sandro sia a rischio e che solo un intervento del presidente del Consiglio, Romano Prodi, sul presidente francese Sarkozy, - il cui Paese ha forti interessi politici e d economici a Gibuti - potrebbe salvarlo. Perché Sarkozy? Perché la Francia - scrive Vita Trentina - è il Paese che ha maggiori interessi politici e d economici a Gibuti, e, da informazioni raccolte sul posto, don Maffeis si è fatto l'idea che nella vicenda del missionario incarcerato siano coinvolti "ambienti militari francesi di estrema destra"."Prodi e D'Alema non restino inermi di fronte alla richiesta di aiuto di don Sandro De Pretis, parroco italiano in 'detenzione preventiva' da oltre due mesi nel carcere di Gibuti con l'accusa di pedofilia". Lo chiede, in una nota, il capogruppo Udc alla Camera dei deputati, l’on. Luca Volontè. "L'arresto del prete trentino - aggiunge l'esponente centrista - è stato la diretta conseguenza di una farneticante campagna di stampa fatta dal giornale La Nation contro una presunta 'rete di pedofilia' organizzata dalla Chiesa e dalla Francia. Sono troppe le analogie con la misteriosa morte, avvenuta 12 anni fa, del giudice francese Bernard Borrell, imprigionato con la stessa accusa". "Il governo - conclude Volontè - ha il dovere di chiedere immediate spiegazioni alle autorità della Repubblica di Gibuti per evitare che questa vera e propria congiura, suffragata da prove ridicole, metta a repentaglio la stessa vita di don Sandro".

Perché il caso è politicodi don Ivan Matteissu Vita Trentina, 10 gennaio 2008Gibuti, gennaio 2008 - "Rien ne va plus". Lancia la pista pedofila e il gioco è fatto. Così nel 1995 a Gibuti è stato "suicidato" il giudice francese Bernard Borrel, "colpevole" di aver scoperto corruzione ed affari illeciti - riciclaggio, traffico d’armi ed altro ancora - tra le Autorità di Gibuti e alcuni cooperanti francesi. Per insabbiare tutto si arriva a costruire anche il movente del "disperato gesto": il giudice, cattolico, non avrebbe retto al rimorso per aver ceduto alla depravazione e alla pedofilia …Ad avere in mano i reparti speciali della polizia in quegli anni - e fin dal 1977 - è Ismail Omar Guelleh, attuale presidente della Repubblica di Gibuti. La sua forza è tuttora legata all’appoggio dei colonnelli francesi di estrema destra, nonché di tutti quegli speculatori che in Gibuti hanno trovato il loro paradiso fiscale.Nel piccolo Paese del Corno d’Africa ancor oggi la Francia gioca un peso notevole. Ne rimpingua cospicuamente le casse. Vi è presente con 2.800 militari, che ne proteggono i confini. Senza questa difesa, l’Etiopia sarebbe forse la prima ad invaderlo per garantire uno sbocco sul mare ai suoi commerci con l’estero.A livello interno, il presidente Guelleh ha messo a punto il resto. Da tempo è scomparsa ogni forma di opposizione. I potenziali avversari politici - del suo stesso partito, essendo anche l’unico … - sono stati ridotti al silenzio. Finché hanno avuto la possibilità di parlare, l’hanno accusato ripetutamente di aver assassinato gli oppositori.La libertà di stampa è monopolio de La Nation, megafono del governo. La stessa che 3 mesi fa ha titolato "Francia pedofila", dopo che il presidente Nicolas Sarkozy aveva ricevuto la vedova Borrel, promettendole di aprire gli archivi dell’Eliseo e di varare un’inchiesta vera, in grado di accertare moventi e mandanti dell’omicidio del marito. È ancora La Nation, in quella medesima settimana di ottobre, ad attaccare la Chiesa cattolica, quale responsabile di una rete di pedofilia che consumerebbe le sue "orge in Cattedrale" …Il corpo del giudice Borrel fu ritrovato carbonizzato in fondo ad una scarpata. L’unico prete che a quel tempo era a Gibuti e che lo è ancor oggi si chiama Sandro De Petris. Da 76 giorni giace in carcere in detenzione preventiva. Con questo regime può rimanervi per 4 mesi. Rinnovabili poi per altri 4. In balia di accuse che cambiano continuamente. Si muove in una cella di 4 passi per 7. A terra un materassino, portatogli dal segretario del vescovo. Una latrina. Un bidone nel quale raccoglie l’acqua per lavarsi. Sei gocce di vino clandestino per l’eucaristia. Le zanzare. La prospettiva a breve di un caldo insopportabile.La diplomazia italiana ha fatto la sua strada, bloccando anche un finanziamento significativo. Invano. In un Paese dove mediando si trova una soluzione a tutto, la vicenda del prete trentino cozza contro un muro di gomma. I contatti avuti con i vari ministri non hanno portato ad alcun risultato. Il caso non è nelle mani della magistratura, ma del presidente. A lui occorre arrivare. Prima che sia tardi. Per questo deve muoversi il nostro presidente del Consiglio, coinvolgendo il presidente francese. Quest’ultimo ha dato un segno di distensione ricevendo in dicembre a Parigi proprio Ismail Omar Guelleh; in febbraio gli restituirà la visita, andando lui stesso a Gibuti.Scrivo queste righe - a nome anche di coloro che non si possono esporre in prima persona - con l’angoscia nel cuore, sapendo quanto è delicata la posizione di don Sandro, ma è importante che proprio ora non sia lasciato solo. C’è la disponibilità del vescovo di Gibuti ad allontanare il nostro sacerdote dal Paese, appena fosse liberato.Le tappe del calvarioCronologia ragionata degli ultimi 3 mesi8 ottobre 2007Il mese inizia con una forte campagna di stampa, condotta da La Nation - unico giornale permesso nel Paese, voce del presidente - che titola: "La Francia pedofila" (8 ottobre). Alcuni giorni dopo è la Chiesa ad entrare nel mirino con l'accusa di organizzare "una rete di pedofilia" e di promuovere "orge in cattedrale". Viene fatto esplicitamente il nome di don Sandro Maffeis. Il vescovo interviene a più riprese in cattedrale, denunciando la diffamazione che La Nation getta contro la Chiesa ed in particolare contro il sacerdote trentino.Hassan Ali Hassan, giudice istruttore del Tribunale di prima istanza di Gibuti, interroga don Sandro De Pretis. Gli contesta di essere un procacciatore di bambini per adulti che sono alla ricerca di rapporti sessuali e di avere a sua volta violentato minori. Per questi reati lo avverte che rischia rispettivamente 5 e 20 anni di detenzione. Alla fine dell'interrogatorio l'accusa diventa quella di detenzione e diffusione di immagine pedo-pornografiche. Il sacerdote viene rilasciato in libertà provvisoria. Il vescovo di Gibuti, mons. Giorgio Bertin, chiede a don Sandro di stendere un memoriale di quanto sta succedendo. Il risultato è affidato a 6 pagine, scritte in lingua francese.17 ottobre 2007Mons. Giorgio Bertin è a Roma e informa della situazione la Segreteria di Stato di Sua Santità nella persona dell'arcivescovo Dominique Mamberti, segretario dei Rapporti con gli Stati.22 ottobre2007Mons. Bertin ritorna in Segreteria di Stato e parla con mons. Giuseppe Laterza. Da allora il contatto tra la Santa Sede e il vescovo di Gibuti è continuo. È la stessa Segreteria di Stato a consigliare di far intervenire l'Ambasciata italiana. Su questa fanno pressione anche i famigliari di don Sandro. La Farnesina si occupa del caso, se ne discute anche a Sharm en Sheik, nella fase preparatoria al vertice di Lisbona di novembre.Si distingue per impegno l'azione del Console italiano a Gibuti, Gianni Rizzo, che in questi mesi ha incontrato più volte il ministro della Giustizia, quello degli Esteri e le stesso primo ministro. Incontri definiti "cordiali ed aperti", ma che non hanno conseguito alcun risultato. L'Italia sospende la firma di un finanziamento atteso da una decina d'anni e che consentirebbe la realizzazione di un nuovo ospedale a Balbala, sulla collina di Gibuti.28 ottobre 2007Nel frattempo, don Sandro è arrestato ed entra nella prigione di Gabode, alla periferia della capitale, dove si trova tuttora detenuto. Questo avviene dopo che il procuratore della repubblica aveva impugnato la decisione del giudice istruttore dell'8 ottobre: pur in assenza di alcuna denuncia, riesce a trasformare il regime di libertà provvisoria di don Sandro in carcere per misure cautelari.20-22 novembre 2007Arriva a Gibuti il nunzio apostolico Ramiro Moliner Inglés. Insieme con mons. Giorgio Bertin visita don Sandro in prigione; sono quindi ricevuti dal ministro per gli Affari Esteri del governo gibutino (invano precedentemente contattato dal vescovo Bertin, il quale - al di là delle promesse - nelle Autorità locali ha continuato a trovare porte chiuse). Il ministro promette di farsi carico della situazione e di contattare il ministro per la Giustizia.13 dicembre2007Il settimanale diocesano Vita Trentina dà la notizia della detenzione di don Sandro e ne pubblica una lettera dal carcere ("Non dimenticate che io sono in prigione"). Lo stesso giorno, a partire dall’ANSA, le agenzie riprendono e diffondono la notizia. A livello trentino, ne parlano le emittenti televisive RAI e RTT.14 dicembre 2007L'Adige, Il Trentino, Il Corriere del Trentino, Corriere della Sera, l'emittente TCA, il quotidiano non profit on line Korazym.org (su espressa richiesta della diocesi trentina, pubblica l’intera dossier e continua a seguire il caso) e numerosi altri siti Internet la rilanciano con i primi approfondimenti. L'ambasciata italiana a Gibuti non gradisce. Mons. Bertin, che aveva chiesto la lettera a don Sandro per il bollettino della cattedrale, preferisce toglierla dallo stesso, sostituendola con una vignetta che ritrae Giovanni Battista in carcere, con la frase evangelica: "Ero in prigione e siete venuti a visitarmi".15 dicembre 2007Il ministro della Giustizia gibutino accetta di incontrare mons. Bertin. Quest'ultimo spiega che la situazione di detenzione di don Sandro danneggia il sacerdote, la Chiesa cattolica e lo stesso governo di Gibuti. Ne chiede quindi la liberazione, impegnandosi eventualmente ad allontanarlo dalla diocesi. Il ministro confida di aver suggerito al presidente della Repubblica, Ismail Omar Guelleh, di usare prudenza, ma di essersi accorto che lo stesso era già stato "mal consigliato".27 dicembre 2007L'accusa nei confronti di don Sandro cambia nuovamente e si trasforma in "incitamento alla depravazione e alla corruzione di minori". Saltano fuori anche due testimoni, pronti a giurare di aver subito, quando erano minorenni, ripetute violenze sessuali da parte di don Sandro.29 dicembre2007Il giudice Hassan Ali Hassan interroga a porte chiuse don Sandro De Pretis per quasi due ore. Il sacerdote, che compare senza manette, è assistito dal suo avvocato, Zakaria Abdillahi. Gli vengono contestate fotografie tolte dal suo computer (le stesse di cui è in possesso l'archivio di Vita Trentina) e considerate "compromettenti". In particolare, il giudice insiste su un'immagine che ritrae il missionario trentino con in braccio un bambino nudo, con un evidente bubbone: "Come mai - chiede il giudice - questo bambino è così triste?". Inoltre Hassan fa riferimento anche ad una quindicina di fotografie che sarebbero state trovate sul disco fisso del computer (dopo due mesi che è nelle mani degli investigatori) del sacerdote, ritraenti adulti bianchi nudi. Le stesse sarebbero state mostrate al presidente della Repubblica, ma non a don Sandro, il quale nega comunque di conoscerne l'origine e il contenuto.4 gennaio 2008L'avvocato difensore cerca - per il momento invano - di concordare una linea procedurale con il giudice. Suggerisce anche un eventuale coinvolgimento di un avvocato italiano, pur riconoscendo che questa via potrebbe allungare ulteriormente i tempi.7 gennaio 2008L'arcivescovo di Trento, mons. Luigi Bressan, chiede l'interessamento dei responsabili politici della provincia per raggiungere il presidente del consiglio, Romano Prodi, e - attraverso quest'ultimo, il presidente francese, Nicolas Sarkosy (Gibuti fino al 1977 era colonia francese; ancor oggi nel piccolo Stato del Corno d'Africa staziona una base con 2.800 militari francesi).9-14 gennaio 2008Mons. Bertin attualmente è a Roma in visita ad limina: presenterà a papa Benedetto XVI la situazione di don Sandro De Pretis.

Fonte: Korazym.org, "Vita Trentina", 12 gennaio 2008.

Articoli precedenti su Korazym.org- Il suo racconto-

Casi dimenticati: scandalo pedofilia Roma 2001

Ho deciso di sottoporre all'attenzione dei visitatori di questo sito un caso del 2001 forse sconosciuto a molti o dimenticato. L'ho fatto per sottolineare le analogie con altri casi di cronaca. Analogie nell'attuare gli abusi, nella scelta delle vittime, analogie nelle reazioni di amici e parenti delle persone insospettabili coinvolte in tanti casi di pedofilia. Non so come sia finito questo caso dal punto di vista processuale e se troverò informazioni non mancherò di pubblicarle. A prescindere da tutto, leggere questi articoli aiuta a capire cosa può esserci dietro la pedopornografia su internet, cosa può nascondersi dietro quei numeri impressionanti che i giornali pubblicano ogni volta che un'indagine sui traffici gestiti sul web si chiude con centinaia di arresti. A volte possono sembrare numeri il cui significato è in qualche modo inafferabile. Leggendo questi articoli tratti dall'archivio di Repubblica, forse si può capire qualcosa di più.

Archivio Repubblica maggio 2001

Sei i fermati dai carabinieri: avrebbero violentato 128 adolescenti e preparavano attentati
Pedofilia, arresti a Roma: nei guai medici e imprenditori
C'è il presunto ideologo del "Fronte di liberazione pedofilo"
Un bidello metteva a disposizione i locali di una scuola

ROMA - Ci sono medici,imprenditori, stimati professionisti, un ex poliziotto e un carabiniere in congedo tra le persone arrestate nell'indagine sulla pedofilia che ha portato all'arresto di sei persone con l'accusa di aver violentato complessivamente 128 bambini, tutti maschi, di cui 37 sono già stati identificati. Si tratta di ragazzini tra i 9 e i 14, nella stragrande maggioranza dei casi con alle spalle situazioni familiari di estremo disagio. Bimbi che i genitori obbligavano a prostituirsi per poche lire. L'operazione de carabinieri del comando provinciale di Roma, ha preso le mosse dalla denuncia di una madre. I suoi due figli di 11 e 14 anni erano costretti sul marcipiede dal padre. La donna allora si è rivolta ai Carabinieri, l'indagine è scattata e l'uomo è finto in manette. Al vertice dell'organizzazione c'era R.M., romano di 38 anni, ex dipendente della Polizia di Stato e attualmente impiegato presso il Provveditorato agli studi di Roma. L'uomo, proprio grazie alla sua posizione, aveva libero accesso a tutti i dati del ministero della Pubblica Istruzione e forniva agli altri pedofili le liste dei bambini più avvicinabili. Quelli che negli scambi tra loro i pedofili definivano "selvaggina fresca".L'indagine ha riguardato anche insospettabili che hanno ricevuto informazioni di garanzia e hanno avuto le abitazioni e gli uffici perquisiti dai carabinieri. Tra gli arrestati c'è anche S.F., 59 anni, un bidello della scuola elementare Don Rinaldi sulla via Tuscolana, che avrebbe messo a disposizione dell'organizzazione i locali della scuola, di cui aveva le chiavi, per filmare, in diretta, le violenze sessuali ai ragazzi. Tra gli arrestati anche un ex carabiniere, B.G. di 34 anni, attualmente "buttafuori" di un locale notturno nel quartiere Aurelio di Roma, il quale procacciava bambini da violentare soprattutto ai frequentatori della discoteca. In manette, infine, A.L.A. che nel gruppo aveva solo funzioni di procacciare ragazzini da passare agli altri pedofili. Le indagini, coordinate dal pm Maria Monteleone della procura di Roma e nelle quali sono stati impegnati, per nove mesi, 23 investigatori del nucleo operativo di via In Selci, hanno portato alla scoperta di circa 89 mila foto, 128 videofilmati 5000 files informatici crittografati. Inoltre 34 utenze cellulari sono state controllate e sono state riscontrate oltre 2000 telefonate tra gli indagati.Tra gli arrestati anche un romano di 37 anni che, secondo gli inquirenti, sarebbe l'ideologo del sedicente "Fronte di liberazione pedofilo". E' stato inoltre sequestrato materiale ideologico che si riferisce all'attività del "Fronte di liberazione pedofilo" e alla "Brigata pretoriana". Ma, questa volta, a quanto pare, i pedofili si erano organizzati anche "politicamente" fino al punto di progettare e forse organizzare attentati contro magistrati, carabinieri e sacerdoti che si occupano di minori.(21 maggio 2001)


Nomi, gusti, debolezze: i pedofili schedavano le vittime con metodicità e scrupolo informativo
Ecco l'archiviodei bambini violentati

di MASSIMO LUGLI

ROMA - Un ragazzino "è attratto dalle arti marziali... e in particolare dai Ninja. Consuma golosamente gomme da masticare alla clorofilla. Non fumava, almeno fino a quando l'ho frequentato io". Un altro "pratica nuoto e pallacanestro, possiede un home computer Amiga 5000, è tranquillo e bene educato e credo di poter aggiungere che proviene da ottima famiglia".Eccole, le "schede informative" dell'orrore, prese dall'archivio dell'ex poliziotto pedofilo Roberto Marino. Tutte compilate con cura, in ordine alfabetico, con foto, indirizzo, data di nascita, segno zodiacale e, in alto, il logo di un fanciullo che sembra tratto da una stampa dell'800. Un elenco di "prede", di adolescenti non ancora stuprati. Ancora più raggelante un altro catalogo, ordinato e meticoloso come un documento del catasto: quello dei "fidanzati" o degli "amanti saltuari". Sono i nomi e i soprannomi di centinaia di bambini con a fianco la "prestazione" sessuale preferita, la qualifica "attivo o passivo", il tempo trascorso da quando è iniziata la relazione e l'età. Il più giovane ha 9 anni.E mentre gli uomini del colonnello Sergio Pascali continuano a lavorare sulle migliaia e migliaia di pagine sequestrate in casa dell'ideologo del "Fronte di liberazione dei pedofili" nell'inchiesta spuntano altri nomi. Uno è quello di un alto funzionario di polizia, un vicequestore che Marino chiama "Il Professore" e di cui riferisce con la solita precisione: "opera in un commissariato vicino Termini ed è innamorato di un amico di Antonio, un certo Claudio". Il secondo personaggio, molto più compromesso, è uno psicologo, C.M. Il professionista avrebbe avuto il ruolo di "talent scout": l'incarico di avvicinare e circuire nuovi ragazzi da avviare alla prostituzione (di un adolescente Marino scrive che "ha seguito con successo un corso da parte di C.M. ed è diventato uno dei suoi migliori allievi").Un'altra giornata senza respiro per gli investigatori. In Procura arriva una delle giovanissime vittime dei pedofili e, nel frattempo, i militari del Nucleo operativo danno gli ultimi ritocchi a un quadro che potrebbe far scattare, a breve, un'altra tornata di arresti. Quattro gli indiziati che rischiano le manette: il giovane medico R.S. che avrebbe stuprato alcuni bimbi in clinica, il titolare di un noto locale notturno, lo psicologo e un piccolo imprenditore, figura più sfuocata delle altre.A Roma, intanto, il clima rasenta la psicosi. In una scuola elementare sulla Casilina si è diffusa la voce di una bambina costretta a esibirsi in balletti pornografici dai familiari. I genitori, tramite l'avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, hanno presentato una denuncia per diffamazione.E proprio per evitare un eccessivo rialzo della tensione emotiva, ieri in Procura è stato letteralmente blindato l'interrogatorio di uno dei ragazzi stuprati, un giovane che oggi ha 20 anni, ascoltato come testimone. Un racconto drammatico, spesso sull'orlo delle lacrime che si è concluso con uno sfogo disperato: "Quei maiali devono marcire in prigione". Da palazzo di giustizia si è saputo qualcosa di più sulla posizione del bidello Franco Scoppetti. L'uomo è accusato di un solo episodio avvenuto ad agosto dello scorso anno: avrebbe consentito al suo amico Roberto Marino di utilizzare i locali per un rapporto con un ragazzino.Il Pm Maria Monteleone ha ricevuto, successivamente, il procuratore agli studi Roberto Fedele che si è presentato spontaneamente per "conoscere la situazione". Fedele ha parlato degli elenchi nominativi degli alunni che Roberto Marino, collaboratore del provveditorato, aveva saccheggiato alla ricerca di nuove possibili "prede". Il provveditore ha precisato che alla luce di quello che emerso dall'indagine "ci si porrà il problema di proteggere la privacy degli studenti". E intanto la sorella dell'ex carabiniere Giuseppe Buonviso scende in campo per difendere il fratello e spara a zero sulla stampa: "Così si rovina una persona quando le accuse sono ancora tutte da dimostrare. Giuseppe è la persona più buona del mondo, ha dedicato 17 anni alla carriera, è un uomo di Chiesa, legatissimo alla famiglia". (24 maggio 2001)



Dagli anni del collegio a quelli in polizia, Marino racconta la sua vita piena di ossessioni

Il capo della banda"Sono malato, aiutatemi"

di CARLO BONINI

ROMA - E' nero il colore del Lupo in gabbia. Nera la maglietta. Neri i pantaloni. E di un bianco immacolato il rosario che ciondola nascosto sulla pelle. Roberto Marino lo caccia fuori neanche fosse il lasciapassare dell'anima. Lo mostra al senatore Athos De Luca, cui fa professione di fede: "Sono un credente. E andrei anche in chiesa se non fosse che mi dovrebbero dare una scorta...". Il Lupo non sa, o forse non ricorda. "Sarebbe giusto inchiodare questi sporchi e indegni rappresentanti di Dio ai portali delle chiese....", scriveva.Ora trema. E non per le sbarre alle finestre. O per quel silenzio ossessivo del primo piano del reparto G9 del carcere di Rebibbia. Alla galera è abituato. Al limbo dei "protetti" o degli "infami", che dir si voglia, ha fatto il callo in questi mesi. Ma ieri ha saputo. Il suo avvocato Andrea Parlatore lo ha incontrato. Gli ha mostrato i quotidiani. Lo ha informato che l'hard disk del suo computer, pozzo della sua ossessione, diario della sua malattia, non era più un segreto. "Ho paura. Voglio stare da solo... Mettetemi da solo", si è messo ad implorare il Lupo. "Non sono io questo qui... Non sono io", ha pianto.Se provi a cercare in uno sguardo, in un ricordo, le tracce dell'adolescenza schedata e abusata dal Lupo, è il suo orrore di bambino violato che ti viene restituito. "Ho perso mio padre a sei anni. E' morto di infarto. Non piansi quando se ne andò... Solo in chiesa, mi successe. Il giorno dei funerali". Era il 1969 e Marino era troppo piccolo per finire nel laboratorio artigiano della madre. E grandi, ma non abbastanza, erano fratello e sorella per trascinarselo dietro. "Mi misero nel collegio di suore di Borghetto grosso, a Grottaferrata. Fu lì che successe. C'era un giardiniere a cui piacevo. Mi prese con la forza... Da allora cominciai a fare sesso con i miei coetanei". A Tolfa, a Roma. Nei collegi dove avrebbe vagato fino al '76.Con Franco Scoppetti, il bidello, si conobbero allora. "Frequentavamo insieme le scuole serali per prendere la terza media. E diventammo amici". E cosa poi abbiano condiviso da allora resta un "segreto". Se è vero che su lui almeno, il bidello, Marino giura: "E' innocente. In questa storia non c'entra". In questa storia insiste il Lupo c'entra dunque lui, solo lui. E la sua "passione per i ragazzini". "Sì, sì, sono omosessuale. Ce lo avevo scritto in fronte quando sono uscito dal collegio. Tutti quelli che escono dal collegio lo sono. Io lo sono sempre stato. Mi piacciono i ragazzini, ma andavo anche con gli adulti. E' sempre stato così. Anche quando ero in Polizia".Ci finì nell'80, scuola allievi agenti di Piacenza. Pensava lo avrebbero "raddrizzato". "E invece andò peggio. "Si accorsero presto che tipo ero. Ero ossessionato dai miei desideri e dai sensi di colpa. E cominciai anche a bere. Bevevo e mi riempivo di psicofarmaci. Quelli che mi prescriveva uno psichiatra". Nell'ottobre dell'82, dopo poco più di un anno alla polizia di frontiera di Fiumicino, è già un inservibile da spedire altrove. Nel grigiore degli uffici della Mobile di Padova dove accumula note disciplinari. Molla nell'88, chiedendo di "transitare ad altra pubblica amministrazione". E per otto anni, fino al '97, è un rottame in aspettativa, cui la Commissione medica ospedaliera del ministero dell'Interno ha tolto la pistola per evitare che "lo stato ansioso depressivo" di cui soffre lo trasformi in qualcosa di peggio.Eppure Marino non usa la pistola. E' armato di qualcosa che uccide lentamente, senza fare rumore. E' armato della sua incontenibile ossessione pedofila. Ma nessuno sembra accorgersene. Nessuno. Non l'amministrazione dell'Interno che lo depenna dai "ruoli della Pubblica sicurezza in data 17 luglio 1997". Non il Provveditorato agli studi che lo prende in carico. Non gli psicologi cui è capitato in sorte di osservare quella faccia scavata dagli antidepressivi.Il Lupo dà la colpa ad Internet. Il Giardiniere della sua maturità deviata, sostiene. "Quando l'ho scoperto è stato più forte di me. C'era tutto, ma proprio tutto. I siti francesi e olandesi erano quelli che frequentavo di più. Uno in particolare, si chiamava linch. Scaricavamo tutto. Foto, idee, proclami. Non siamo terroristi. E quei barili di acido che hanno trovato non servivano per attentati. Sono semplici reagenti per poter stampare le foto". Potrebbe essere vero, se dall'archivio del suo Pc non fosse saltato fuori quel diario statistico dell'orrore inflitto agli altri e a se stesso. Il "cinesino", che "voglio far diventare talmente femmina per non farmelo portare via da una ragazzina". "L'amico di Carmelo, che ormai è diventato una bomba. Troppo macho e troppo zoccola...". Le sue emorroidi, che lo tormentano di dolore, e a cui dedica lunghe e dettagliate digressioni, fantasticando di strumenti e modi che possano liberarlo.Ora dice: "Le schede dei ragazzini? Sì certo, ne avevo, ma non pensavo fosse reato. E quelle cose che ho scritto.... insomma... Ero fuori di me. Non sapevo quel che facevo". "Pazzo", forse. Certo, malato. "Mi piacerebbe che un medico si sedesse accanto a me. Per potergli raccontare la mia storia. Vorrei che venisse a capo della mia vita". Ma a capo della sua vita non verrà nessuno. E probabilmente neppure a quelle, giovani e già calpestate, delle sue vittime. Ne è convinto il suo avvocato Andrea Parlatore: "La via giudiziaria è necessaria. Ma questo è un Paese che dimentica in fretta. Dimentica il banale principio della prevenzione. Dimentica l'infanzia, i suoi luoghi, i suoi vuoti. Dimentica dove comincia il percorso di un pedofilo e dove inesorabilmente ritorna". "La storia di Marino concorda il senatore De Luca, già segretario della commissione bicamerale infanzia è emblematica. Ho voluto parlare con lui per capire. E ho dovuto constatare con amarezza che nelle loro storie c'è anche la responsabilità di una società, la nostra, che è incapace di prevenire. Di interrogarsi sui propri figli e dunque sugli adulti di domani. Per prevenire è necessario che i genitori diano affetto ai loro figli, perché non siano tentati dal cercare carezze altrove. Che gli psicologi siano nelle scuole per diagnosi precoci. Che esista un accesso convenzionato alla psicoterapia per gli adolescenti e le loro famiglie".Oggi, Marino vedrà i suoi giudici. Poi, forse, verrà proposto per il programma pilota che l'Unione europea ha avviato per recuperare i suoi pedofili in carcere. Si chiama "Wolf". Lupo. Lupo come Marino. (24 maggio 2001)



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Parla Damiano, uno dei 128 bambini finiti nel mirino dei pedofili: "Li vorrei vedere tutti dentro""Vi racconto la banda degli orchici hanno provato anche con me"di AMBRA SOMASCHINI

ROMA - Damiano è uno dei 128 bambini schedati dai pedofili. E' alto, ha i capelli scuri, gli occhi profondi e neri. Quando è stato molestato non era ancora adolescente. Vive in una casa piena di sole in periferia. Ha la sua stanza ordinata, una montagna di libri sulla scrivania, le foto scattate con Giorgio, il suo migliore amico che è stato violentato, sfruttato, umiliato. Si siede intorno a un tavolo coperto da una tovaglia di plastica colorata, appoggia i gomiti, vuole il cellulare vicino, guarda la madre. Una donna sensibile che lo sa ascoltare. Il fratello più grande resta appoggiato alla libreria senza dire una parola.Damiano, come è cominciata questa storia?"Quando ho conosciuto Giorgio non avevo ancora 12 anni. Lui 13. Andavamo al cinema. Suo padre aveva un amico trentenne. Un ex poliziotto".L'uomo che è stato arrestato dai carabinieri?"Sì, Roberto, è a Rebibbia. E' stata la madre di Giorgio a denunciarlo".Perché, cosa aveva fatto?"Beh, raccontava strane storie, diceva che era il fidanzato fisso di Giorgio. Ma non si limitava a frequentarlo. Lo violentava, lo sfruttava. Lo portava da qualche parte e poi succedeva tutto".Cosa vuol dire tutto? "Significa che spesso il mio amico non era d'accordo. Subiva perché il partner lo minacciava. Bisogna conoscere la sua famiglia per capire. I genitori si sono separati e lo hanno abbandonato. Nessuno si occupava di lui quando era piccolo. E' stato affidato ai servizi sociali. E' così che è finito soggiogato dall'ex agente".Che tipo è Roberto?"Un uomo brutto, tarchiato, con gli occhiali. Ha pochi denti, le mani a volte gli tremano. Fa un po' paura".Lo hai incontrato tante volte?"No. Ma mi corteggiava. Era ossessivo. Mi telefonava, parole dolci. Mi lasciava continuamente messaggi sul cellulare: 'Sei bellissimo, mi piaci davvero. Ti va di uscire con me?'. Io gli rispondevo sempre di no. Una volta mi ha molestato".Dove vi vedevate?"L'estate scorsa sulla spiaggia di Capocotta. Ero con Giorgio. E lui lo cercava. Come faceva sempre. Durante l'inverno gli appuntamenti erano in un locale di periferia. Un posto dove mi hanno trascinato, un posto dove non mi piace andare. Ci sono gli uomini di una certa età a caccia di ragazzini. Vogliono i più piccoli. Slavi, rumeni, polacchi, anche italiani. Bevono, mangiano qualcosa. Poi, se ne hanno voglia, si appartano al secondo piano, nelle dark room. Ce ne sono quattro. Sono pulite, ben tenute".Il luogo dell'adescamento?"Sì. Le stanze dove scatta la prima fase della ricerca. Poi chi vuole continua a frequentarsi. Una sera mi hanno costretto ad andare a Monte Caprino, il parco sotto il Campidoglio dove ci sono i gay. E' qui che trovano i ragazzi. E' qui che si mischiano le persone pericolose. Come gli ultimi nomi usciti sui giornali".Conosci altre persone pericolose?"Andrea, il mediatore. Un altro finito dentro, che ha avuto una storia con Giorgio. E' giovanissimo, ha i denti rovinati, è sempre pallido, emaciato. In quel periodo aveva vent'anni. Era molto geloso. Si è arrabbiato quando ha saputo della tresca con l'ex poliziotto. E ha chiamato la madre di Giorgio. Le ha detto che Roberto approfittava di suo figlio. Povera donna, non sapeva nulla né dell'uno, né dell'altro. Era all'oscuro di tutto. Così, si è fatta coraggio. E' andata dai carabinieri".Tu quando sei andato dai carabinieri?"Veramente sono venuti loro a casa mia stamattina. Sono arrivati alle sei. Mamma si è spaventata. Sono venuti perché sono un testimone. Sono andato al reparto operativo con Giorgio lunedì. Mi hanno anche detto che due cose, solo due, devono assolutamente restare segrete".Riguardano il bidello accusato di aver affittato le aule per girare i film porno? Oppure il medico famoso?"Il bidello si faceva chiamare Francone, rimorchiava i ragazzini. Il medico girava con un nome che non è il suo. Sì, Mario, il dottore. Andava a cena in quel locale, sfruttava i minorenni stranieri. Non so altro. Mentre sentivo il tg l'altra sera pensavo: 'Ma come ha fatto a ingigantirsi così tanto questa storia? Chi c'è dietro?' Io so poco. Sono soltanto l'ultima pedina. E li vorrei vedere tutti dentro". (23 maggio 2001)



La linea di difesa di Roberto Marino, secondo gli inquirenti artefice delle violenze contro i bambini romani"Non sono un mostro pedofiloma soltanto un omosessuale"L'avvocato riferisce le parole pronunciate dall'uomoin carcere: "Preoccupato soprattutto per la madre"



ROMA - In cella, isolato per paura degli altri detenuti, Roberto Marino, accusato di essere l'artefice della rete pedofila scoperta l'altro ieri nella capitale, è preoccupato soprattutto per le condizioni di salute della madre, una donna di 75 anni. "Ditele che non sono un mostro, sono solo omosessuale. Avevo un fidanzato, sì. Ma non ho mai violentato bambini": questo il messaggio che le ha inviato il figlio attraverso il suo avvocato, Andrea Parlatore. La sua famiglia, la madre, il fratello e la sorella maggiori - sposati e con figli - sono insomma il maggior cruccio di Marino, su cui pesano accuse pesantissime a cui dovrà per la prima volta rispondere ai magistrati, domani, nel corso dell'interrogatorio. Ma la sua linea di difesa è già trapelata. A chi lo dipinge come il teorico dell'orrore e del pedo-terrorrismo, l'estensore di una rubrica con nomi di alunni romani trafugati dal provveditorato, l'inventore di una sorta di decalogo per l'adescamento e l'abuso di minori, lui replica sostenendo che quelle pagine sono state scaricate da siti siti stranieri. Così come le foto e i video con bimbi nudi. o in atteggiamenti sessuali. Il suo avvocato, inoltre, fa sapere che quelle sostanze chimiche che gli investigatori indicano come possibili "ingredienti" di ordigni in realtà sono acidi usati per lo sviluppo e la stampa di foto. Sul piano personale, poi, Marino si sente "un innamorato tradito", tradito dal fidanzato quindicenne. E ricorda la vita difficile da lui stesso vissuta: un padre morto presto, una famiglia con tre figli da mantenere, un collegio dove ha conosciuto subito la sopraffazione sessuale. La stessa sopraffazione che lui stesso, "lupo solitario" come si raccontava nel diario, per gli investigatori propagandava e praticava.(23 maggio 2001)



L'ex poliziotto teneva un diario con atroci istruzioni per ridurre all'impotenza le piccole vittimeL'agghiacciante manuale del pedofilo MarinoContro i nemici della pedofilia, progetti di guerre chimiche e contaminazione alimentare



ROMA - Nel computer dell'ufficio del Provveditorato dove lavorava, Roberto Marino - l'ex poliziotto considerato il capo della rete di pedofili - teneva anche una specie di memoriale. Un diario in cui teorizzava la sua guerra contro chi combatte la pedofilia e metteva a punto le tecniche per l'adescamento e la violenza sui minori. Come simbolo del suo "Fronte di liberazione dei pedofili" aveva scelto l'immagine di un personaggio della mitologia greca che ha di fronte un adolescente, entrambi nudi nel disegno.L'ex poliziotto si era ribattezzato "the lone wolf", e proprio come un lupo solitario andava a caccia di nuove prede, "nuovi bocconcini - così la sua agghiacciante prosa - da trovare e catturare". "Incredibile a dirsi, ma proprio come i lupi solitari - scriveva Marino - mi accingo quotidianamente a selezionare le mie prede, individuarne le loro caratteristiche peculiari, le loro debolezze, la ricerca del loro tallone di Achille, di quel momento particolare di disattenzione e debolezza che le rende meno capaci di sottrarsi a una mia aggressione".Territorialità, mascheramento e infiltrazione erano le tecniche su cui Marino aveva elaborato le teorie per l'adescamento, "elementi comuni a tutti i pedo - scriveva - che in tutti i tempi e luoghi si sono serviti dei loro ruoli sociali per mascherare la loro attrazione sessuale per i bambini". C'è molto altro nel memoriale, anche dettagliate e atroci istruzioni su come avvicinare e ridurre all'impotenza le piccole vittime.Contro i magistrati, i carabinieri e sacerdoti impegnati a combattere la pedofilia Marino aveva progettato deliranti attacchi dimostrativi che comprendevano tra le varie possibilità la "contaminazione alimentare" o la "guerra chimica". Non solo teoria, però, visto che nell'appartamento dove viveva sono stati trovati materiali altamente tossici, potenziali bombe chimiche. L'ex poliziotto meditava tra le altre cose di introdurre nei contenitori di zucchero dei bar una "farina di vetro", polvere e granelli di vetro che ingeriti "provocano gravi lesioni allo stomaco e agli intestini, dando origine a emorragie e in conseguenza di queste il decesso". E per spiegare le pulsioni che lo inducevano a tali deliri, Marino concludeva: "Se per educare gli italiani sarò costretto a ucciderne mille, diecimila o centomila, per me va bene, ci sto, d'altra parte siete stati voi a cominciare con questa campagna continua di diffamazione, non potete ora accusare me di essermi prestato al vostro gioco". (22 maggio 2001)



Genitori e colleghi, nella scuola elementare Don Rinaldi non credono che il bidello sia complice dei pedofili"Gli avremmo affidato i nostri figli"La preside: "Non è possibile, qualcuno lo avrebbe scoperto, il custode abita solo un piano sopra"



ROMA - Nessuno, nella scuola elementare Don Rinaldi di via Tuscolana, riesce a credere che il bidello arrestato oggi nell'indagine sulla pedofilia possa aver commesso i delitti di cui la polizia lo accusa. Nessuno, dalla preside ai colleghi ai genitori degli alunni crede che S.F., che da tanti anni lavora in modo irreprensibile tra i bambini, possa essere il complice di una organizzazione di pedofili. "E' una caccia alle streghe - dice un'insegnante intervistata dai cronisti - quell'uomo vive del suo stipendio e se avessi un figlio glielo affiderei senza problemi".S.F. ha 59 anni, ha due figlie e sta anche per diventare nonno. Il suo arresto, avvenuto stamattina nella scuola, "è stato un fulmine a ciel sereno", commenta la direttrice del servizio amministrativo, Luisa Insogna. "E' impossibile, fuori dal mondo" le fanno eco i dipendenti che lavorano nelle due stanze della segreteria, proprio quelle in cui S.F. avrebbe fatto entrare i complici per fotografare le violenze sessuali sui bambini. Due stanze anguste, occupate da scrivanie, armadi, computer: uno spazio in cui ci si muove appena. "Ma vi pare che possano essere state un set per queste cose?" domanda retoricamente la preside, Rita Caruso.Un uomo ritenuto assolutamente affidabile, insomma, che da 20 anni presta servizio nella scuola e che genitori e bambini chiamano persino "maestro". "Sì, F.S. è molto amato - continua la preside -, è stato anche tra i promotori di un progetto che è servito per aprire la scuola ai bambini del quartiere, lui e alcuni genitori hanno dato disponibilità a insegnare di pomeriggio la lavorazione della cartapesta, la falegnameria e la fotografia, per cui F.S. ha una passione e lo sapevano tutti". Qualche perplessità sul fatto che il bidello possa aver aperto le porte dell'edificio ai pedofili, anche perché nella scuola, al piano di sopra c'è sempre un custode ed è difficile immaginare che non si sia mai accorto di nulla. "Non e' possibile che entrasse la sera nell'edificio - dice la preside - e per giunta nella segreteria dove le porte sono protette dai cancelli che abbiamo messo a causa dei furti. Poi c'è il custode che abita al piano di sopra, lui avrebbe sentito e dall'allarme (di cui S.F. ha le chiavi) si capisce se è stato disattivato". La scuola peraltro chiude spesso alle 22 e la palestra persino alle 22.30. Alla notizia dell'arresto dei sei uomini questa mattina, tra i quali anche il bidello della scuola elementare, decine di genitori sono accorsi per accertarsi di quanto accadeva. Nel cortile e nell'atrio si inseguono da stamane i commenti sbalorditi di quanti lo conoscevano, mentre gli altri, i genitori che lo avevano soltanto visto qualche volta, sconvolti si chiedono perché i carabinieri, pur sapendo da mesi quanto accadeva, non abbiano avvertito i parenti dei bimbi che frequentano la scuola. "Da mesi questo falso brav'uomo faceva queste cose e noi non lo sapevamo, i nostri figli hanno rischiato molto" dice il padre di un alunno.(21 maggio 2001)



Il capo, un ex poliziotto, lavorava nell'organizzazionescolastica. Sceglieva ragazzi con situazioni difficiliDal Provveditorato, le "prede" della banda dei pedofiliUn computer con 32 password: due settimane per "aprirlo"



ROMA - Dopo due settimane di tentativi i carabinieri hanno visto aprirsi la porta dell'orrore. Quando sono riusciti a sbloccare le 32 password con cui R.M, 38 anni ex poliziotto, impiegato al Provveditorato, (in carcere dal settembre del 2000 dopo essere stato colto in atteggiamento "sospetto" con un adolescente) aveva cercato di bloccare il suo computer, i carabinieri hanno capito che stavano mettendo le mani su qualcosa di grosso e tremendo nello stesso tempo. E così è stato. Il computer di R.M. racchiudeva migliaia di file con immagini di ragazzini violentati. Si faceva aiutare da un ex carabiniere, B.G. di 34 anni, attualmente "buttafuori" di un locale notturno nel quartiere Aurelio di Roma, che si dava da fare per trovare ragazzini tra i frequentatori della discoteca.Ed è proprio intorno alla figura dei due ex esponenti delle forze dell'ordine che ruotava l'organizzazione. In particolare R.M. che, grazie al suo lavoro al Provveditorato, aveva accesso ai dossier sui bambini. Poteva trovare quelli con alle spalle situazioni di degrado, famiglie spaccate, miseria. E su questi concentrava la sua attenzione. Così i piccoli venivano pedinati, sorvegliati, fotografati per mesi, e prima dell'adescamento veniva studiata, con tecnica militare, la fallibilità della possibilità di avvicinarli, gli orari e le abitudini, la presenza dei genitori o di altri adulti. Seguiva l'adescamento vero e proprio con promesse di soldi e gentilezze. A quel punto entrava in scena S.F. L'uomo faceva il bidello in una scuola elementare sulla via Tuscolana a Roma che si occupava anche in prima persona della realizzazione dei filmati e delle fotografie. Nel pomeriggio i locali della scuola erano deserti e proprio tra quelle mura si consumava l'orrore. I ragazzini venivano portati nella scuola, violentati e filmati. Il materiale veniva venduto, ottenendo lauti guadagni, ad un giro di "insospettabili": avvocati, medici, professionisti. Un altro componente dell'organizzazione è A.S.,di 49 anni, di Ariccia, un paese dei Castelli Romani, dipendente ospedaliero e collaboratore di un medico romano al quale procurava anche i ragazzini. Era lui che doveva frequentare i ritrovi dei giovanissimi e convincerli, usando anche la cocaina, agli incontri sessuali. Un altro complice è C.R., di 40 anni, residente nel quartiere Casilino, già con precedenti penali per reati contro il patrimonio, accusato di aver avviato alla prostituzione, nella zona di Valle Giulia, i propri due figli minorenni. Infine A.L.V., di 24 anni, organizzava incontri a pagamento tra i clienti e i giovanissimi circuiti dal gruppo, traendone grossi guadagni. Ovvio lo sconcerto al provveditorato agli studi di Roma. "R.M. non aveva compiti particolari - dice un funzionario - digitava dati come quelli relativi a graduatorie. La notizia di questo giro di pedofilia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, nessuno poteva presagire un fatto del genere". Nelle prossime ore dal provveditorato dovrebbe partire la richiesta di una relazione dettagliata al responsabile della scuola del quartiere Tuscolano dove lavorava il bidello che metteva a disposizione i locali in cui venivano filmate le violenze.Significativo il materiale ideologico sequestrato: "Stava nascendo una organizzazione - ha osservato il comandante provinciale dei carabinieri Baldassarre Favara - che nel suo programma aveva anche previsto la lotta a chi si contrappone ai suoi obiettivi".(21 maggio 2001)



Sentiti alla procura di Roma, vittime e amici di vittimestanno fornendo agli inquirenti importanti riscontriPedofilia, i ragazzi confermano le accuseLe responsabilità di Scoppetti, il bidello della 'Don Rinaldi', si starebbero ridimensionando



ROMA - Nelle loro parole, terribili conferme. I giovani sentiti come testimoni oggi e nei giorni scorsi stanno fornendo agli inquirenti importanti riscontri sull'inchiesta sulla pedofilia del pm romano Maria Monteleone. Questa mattina è stato ascoltato come 'persona informata sui fatti' un giovane che conosceva alcuni uomini della banda finiti in carcere due giorni fa. Il suo racconto, simile a quello di altri coetanei ascoltati dal magistrato in precedenza, avrebbe fornito ulteriori prove che confermerebbero le accuse.La posizione del bidello Franco Scoppetti, della scuola elementare "Don Rinaldi", finito agli arresti, si starebbe ridimensionando: il suo coinvolgimento nell'inchiesta riguarderebbe un solo episodio avvenuto ad agosto dello scorso anno. L'uomo avrebbe consentito al suo amico Roberto Marino, l'ex poliziotto ritenuto il capo del giro pedofilo, di utilizzare uno dei locali quando l'istituto era chiuso per un incontro con un giovane. Scoppetti, che è indagato per favoreggiamento, dovrà chiarire se era al corrente dello scopo che aveva Marino nel fargli qualla richiesta.Proprio l'ex poliziotto, descritto dagli inquirenti come un abile telematico capace di accedere ad ogni sistema informatico, era colui che aveva il controllo degli elenchi con i nomi di decine di migliaia di studenti, con tanto di fotografie che alcune volte aveva lui stesso scattato all'insaputa delle potenziali vittime. Sugli elenchi il provveditore agli studi Roberto Fedele, che questa mattina ha incontrato il pm Monteleone per conoscere i termini della vicenda giudiziaria, ha spiegato che sarà cura del suo ufficio rafforzare il sistema di protezione dei propri archivi. "Gli elenchi ci sono forniti direttamente dalle scuole - ha spiegato Fedele - e sono necessari per la verifica dell'adempimento dell'obbligo scolastico da parte di ciascun ragazzo". Alla guida del provveditorato dallo scorso primo febbraio, Fedele ha escluso che saranno adottati "inchieste interne", perché "il coinvolgimento della scuola elementare è circoscritto ad un unico episodio". Intanto domani mattina proseguiranno a Regina Coeli gli interrogatori degli altri arrestati. Successivamente, forse dopodomani, verrà sentito a Rebibbia dal gip Fabrizio Gentili e dal pm Maria Monteleone lo stesso Marino, ritenuto mente e ideologo dell'organizzazione di pedofili finiti nella rete.


IL COMMENTO
L'archivio dell'orrore di un pedofilo modello

di GABRIELE ROMAGNOLI

HO DAVANTI agli occhi le schede sui ragazzi a cui dava la caccia, compilate dal pedofilo romano che amava definirsi "Lupo". Nella mente, mi sento sulla soglia della stanza più spaventosa di cui abbia mai sentito parlare: la numero 101. Quest'uomo l'ha creata nella realtà, questi ragazzi ci sono stati fatti entrare, queste schede sono la mappa del percorso seguito. Esaminarle significa seguire le orme: dal bosco, al sentiero, alla casa, alla porta che si apre e si richiude alle spalle. E, facendolo, provare a decifrare un metodo, consolidato e crudele nella sua efficacia. Le schede stanno nel computer del "Lupo". Sono migliaia. Hanno un logo e un'intestazione. Il logo è il volto di un ragazzino in uniforme, il ciuffo che sfugge al basco, il collo avvolto da un fazzoletto. L'intestazione è: "Archivio storico di informazioni confidenziali su soggetti in fase di studio". La forma e il linguaggio prescelti dimostrano che non si tratta di un semplice passatempo individuale. Quest'uomo non è la semplice involuzione dei tanti maschietti che segnano su un'agendina nome e data delle proprie conquiste femminili con asterischi a seconda del gradimento. E', piuttosto, la complessa evoluzione di un'attività, che non può essere solitaria, verso forme istituzionali. Con la denominazione "schedario" e "archivio" l'ex poliziotto scimmiotta sistemi appresi nella sua precedente attività, riproponendoli in forme deviate. La schedatura è infatti un metodo che appartiene alle polizie di regime e alle istituzioni totalitarie in genere.Si scheda per conoscere, si conosce per controllare, si controlla per costringere. L'indagine consente il ricatto, il ricatto la sottomissione della volontà. Le dittature schedano i cittadini, le aziende peggiori i dipendenti, "Lupo" i bambini. Alla sua maniera: maniacale eppure raffazzonata. Avanzatissima sotto l'aspetto telematico, disarmante sotto quello grammaticale. Burocratica e ferale. Apparentemente confusa, improvvisamente lucida, come è una battuta di caccia, che si risolve in un istante dopo ore, con l'appostamento e il colpo giusti al momento giusto, dettati dalla conoscenza della preda."Lupo" è burocratico quando immette nella scheda nome, cognome, data e luogo di nascita, numero di telefono. Lo è in modo ferale quando chiama la sua preda "pratica" e ne annota lo "stato": "in atto" o "chiusa". Con un tocco di assurdità aggiunge alla scheda le voci "opinioni politiche" (di ragazzini minorenni) e "segno zodiacale", ma anche questo fa parte dell'armamentario tradizionale per la creazione di un dossier insegnato nelle più retrive organizzazioni del mondo. Dove "Lupo" affila le sue capacità è alla voce "annotazioni", quella che gli consente di condurre le sue vittime oltre la soglia della stanza 101.Lì rivela l'esito della sua indagine, quello che consentirà, se usato, la sottomissione della volontà. Di ogni "pratica", "in atto" o "chiusa", svela quel che più conta e che non è definibile burocraticamente: i desideri e le paure. "Possiede un home computer Amiga 500 che intende espandere con un hard disk 21Mb", "è attratto dalle arti marziali e dai manufatti legati alle diverse specie di lotta, in particolare dai Ninja", "teme il buio". Il "Lupo" si è appostato pazientemente per scoprire che un ragazzino ama masticare le Broklin (così lo scrive) verdi alla clorofilla, che un altro ha orrore dei serpenti. Sa che le informazioni consentono di far scattare le trappole, possederle assicura il dominio, cederle (a "pratica chiusa") dà, probabilmente, la ricchezza. Con le informazioni, conduce ragazzini dai 9 ai 17 anni dentro la loro stanza 101. La stanza 101 è un'invenzione letteraria di George Orwell in "1984", il romanzo in cui immaginava un mondo dove "chi controlla il passato, controlla il futuro", chi ha le informazioni, sottomette la volontà. Il potere ce l'ha chi indaga, conosce e, volendo, annulla. Nella stanza 101 chiunque può essere messo a confronto con la propria paura più grande, qualcosa che non riesce a sopportare, finché cede, nega il proprio istinto, si sottomette e finisce per stabilire con il proprio carnefice un rapporto che va oltre l'amicizia, sconfinando in "una profonda intimità".Le schede del "Lupo" sono altrettante stanze 101 con la porta socchiusa per altri che vogliano entrare. Dice loro quali ostaggi troveranno; offre, all'ingresso, il catalogo delle disponibilità già dimostrate e la lista dei punti deboli sui quali fare pressione per sollecitarne altre. Non è solo lo squallido album di ricordi per la futura memoria di un miserabile, ma anche lo strumento creato per essere messo a disposizione di quelli come lui. E' più ideologico dei farneticanti proclami della sua organizzazione, più eversivo delle sue improbabili minacce. La sua distruzione è il primo passo per la liberazione degli ostaggi. Il successivo è rintracciare tutti quelli che vi hanno avuto accesso e l'hanno sfruttato, chiudendo alle loro spalle le porte di una stanza nella quale non avrebbero mai voluto entrare. (24 maggio 2001)

Fonte Repubblica archivio

giovedì 10 gennaio 2008

CASALE DI PRINCIPE: Violenza sessuale, il prete in comunità

CASALE DI PRINCIPE: Violenza sessuale, il prete in comunità
Il tribunale del riesame di Napoli ha disposto che don Marco Cerullo il sacerdote accusato di abusi sessuali nei confronti di un alunno di dodici anni sia affidato a una comunità. Da ventiquattr'ore circa, dunque, l'insegnante di religione della scuola di Villa Literno ha lasciato la sua cella di isolamento nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per raggiungere una casa famiglia.






Una comunità per don Marco Cerullo. Il tribunale del riesame di Napoli, lunedì mattina, stando ad alcune indiscrezioni, ha disposto che il sacerdote accusato di abusi sessuali nei confronti di un alunno di dodici anni sia affidato ad una comunità per il recupero e il reinserimento. La notizia è trapelata ieri, ma viene mantenuta riservata forse per timore di qualche ritorsione. Da ventiquattr'ore circa, dunque, l'insegnante di religione della scuola di Villa Literno e viceparroco della chiesa del Santissimo Salvatore di Casal Di Principe, ha lasciato la sua cella di isolamento nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per raggiungere una casa famiglia. È probabile che nemmeno la curia sia a conoscenza della casa alla quale è stato affidato il giovane sacerdote. Si cerca di mantenere il più stretto riserbo sul nome della comunità di recupero per paura di vendette nei confronti del sacerdote. L'avvocato difensore Carmine Ucciero aveva presentato istanza poco prima del 31 dicembre scorso, mentre la famiglia del minore, presunta vittima degli abusi, si era affidata a tre legali, due civilisti ed un penalista, per querelare don Marco. I carabinieri della compagnia di Casal Di Principe sono ancora a lavoro per scoprire se le presunte «attenzioni» sono state rivolte anche ad altri ragazzini. Don Marco era stato fermato dai militari il 19 dicembre scorso in compagnia dell'alunno a bordo della sua vettura in una zona isolata. Colto in flagrante avrebbe cercato di fuggire inserendo la marcia, ma sarebbe stato bloccato e condotto in caserma dove, davanti al maresciallo che lo interrogava, sarebbe scoppiato a piangere e a singhiozzare. Il reato contestato era violenza sessuale con l'aggravante di abuso di una pubblica funzione. Il gip Raffaele Piccirillo del tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva convalidato l'arresto. Ha trascorso tutte le festività natalizie in una cella di isolamento il sacerdote: la legge non scritta del carcere prevede pene durissime per coloro che abusano dei bambini. Ha pregato, scritto e pianto per tutto il tempo parlando solo con il suo difensore nelle rare visite in carcere. Dopo l'arresto aveva cercato di contattare la curia vescovile che, appena appresa la notizia, lo aveva sollevato da qualsiasi incarico o funzione con una formale sospensione. Intanto resta ancora in silenzio la chiesa normanna, nonostante dal Vaticano siano giunte le scuse per le vittime di abusi sessuali commessi da uomini di Chiesa.
Il Mattino 9 gennaio 2008
Fonte:http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/114

Padre Fedele: rinvio a giudizio, da due anni altalena di accuse

PADRE FEDELE: RINVIO A GIUDIZIO, DA 2 ANNI ALTALENA DI ACCUSE
COSENZA - Era una decisione quasi scontata quella del rinvio a giudizio di Padre Fedele Bisceglia e del suo segretario, Antonio Gaudio, accusati di avere violentato una suora nell'Oasi francescana di Cosenza. La decisione del Gup, Livio Cristofano, non ha sorpreso i difensori dei due indagati che, al termine dell'udienza preliminare, hanno parlato di una decisione "che non ci lascia stupiti". Nonostante le varie fasi giudiziarie e decisioni, Padre Fedele non si rassegna ed ancora ha voluto gridare la sua innocenza. In una lettera consegnata al Gup ha giurato "dinnanzi al mondo intero e con le mani sul Vangelo che il delitto-peccato di stupro singolo e di gruppo ascrittomi da suor Gaetana Alesci non solo non l'ho commesso ma neanche pensato". Sul rinvio a giudizio hanno espresso soddisfazione i legali di parte civile che rappresentano la suora che ha subito gli abusi sessuali ed il centro antiviolenza 'Lanzino' di Cosenza. L'odissea giudiziaria di Padre Fedele e del suo segretario inizia con il loro arresto, avvenuto il 23 gennaio del 2006. Nell'interrogatorio dinanzi al Gip, Giusy Ferrucci, che aveva emesso l'ordinanza di custodia cautelare, il frate sostiene di essere vittima di un complotto. Dopo alcuni giorni di detenzione, padre Fedele ottiene gli arresti domiciliari nel convento dei frati cappuccini di Belvedere Marittimo. La struttura da circa 300 anni conserva parti delle reliquie di San Valentino e viene anche comunemente chiamato 'Convento dell'amore'. Durante la fase delle indagini preliminari la vicenda di Padre Fedele vede molteplici sorprese dal punto di vista giudiziario e sul fronte mediatico. A distanza di poche settimane dall'arresto i difensori del frate rendono noto che il loro assistito non ha potuto aver compiuto la violenza sessuale perché affetto da una patologia alla prostata che lo rende impotente, ma dopo una settimana un altro colpo di scena: dopo le numerose trasmissioni televisive e la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche di Padre Fedele, la Conferenza dei Vescovi della Calabria denuncia lo scempio mediatico compiuto nei confronti del frate e il 24 febbraio il tribunale della libertà di Catanzaro rimette in libertà Antonio Gaudio. Il primo colpo di scena si ha nel maggio del 2006 quando i giudici del tribunale della libertà rimettono in libertà Padre Fedele, sostenendo che la suora non è attendibile. Ma gli effetti della decisione del Tribunale del riesame dura poco: il 26 ottobre la Cassazione annulla con rinvio la decisione del tribunale della libertà per Padre Fedele e Antonio Gaudio e fissa per marzo 2007 una nuova udienza del riesame a Catanzaro. Dopo la nuova udienza dinanzi al tribunale della libertà, il frate torna ai domiciliari in un convento dell'Umbria. Il 18 luglio di quest'anno, dopo le numerose dichiarazioni fatte dal frate, l'Ordine dei Cappuccini decide di sospenderlo a divinis. A distanza di pochi mesi però Padre Fedele torna libero, anche se con l'obbligo di dimora. La decisione più clamorosa è del 27 ottobre dell'anno scorso, quando il frate viene espulso dall'Ordine generale dei frati minori cappuccini. Il 20 dicembre inizia l'udienza preliminare nei confronti di Padre Fedele e del suo segretario Antonio Gaudio. Stasera la conclusione, con il rinvio a giudizio e la fissazione per l'11 marzo dell'inizio del dibattimento a Cosenza.
Fonte: http://www.vivicentro.org/viewtopic.php?p=11740#p11740

Pedofilia: la scottante perizia sul pc di Compagnone

I carabinieri del Norm di Casarano, in mattinata, hanno consegnato nella mani della Procura la perizia effettuata sul portatile di Luigi Compagnone, l'anziano 81enne di Parabita, ferito con due fendenti allo stomaco per mano di una madre accecata dalle confessioni choc fornitele dal proprio figlio, di appena sette anni, in cui raccontava di aver subito molestie sessuali perpetrate dall'anziano nella scuola asilo di via dei Mille, a Parabita. La perizia compiuta sul computer di Compagnone, sequestrato dai carabinieri alcuni giorni dopo l'omicidio di Jole Provenzano, moglie dell'indagato, colpita a morte con tredici coltellate, è stata affidata ad un ingegnere informatico per cristallizzare i file contenuti all'interno. Dallo screening, sarebbe spuntato materiale pedopornografico immagazzinato nella memoria del pc, con immagini e filmati scaricati da alcuni siti frequentati da pedofili anche di altre nazioni europee. Si tratterebbe, qualora l'autorità giudiziaria dovesse accertare i riscontri compiuti da un ingegnere, di una pesante spada di Damocle sul teorema difensivo elaborato dai legali di Compagnone, iscritto sul registro degli indagati con l' accusa di pedofilia. L'uomo, sin dal suo ricovero in ospedale dove venne ricoverato a seguito delle ferite riportate, ha sempre negato di aver rivolto particolari attenzioni al piccolo studente nella presunta stanza degli orrori. In realtà, dopo pochi giorni dall'efferato omicidio, a Parabita e nei paesi del circondario, incominciò a circolare un vorticoso chiacchiericcio che delineava un profilo quantomeno ambiguo del presunto pedofilo. Presso la caserma dei carabinieri della compagnia di Casarano, sono confluite due denunce, di un uomo e di una donna ora ultraquarantenni, che avrebbero raccontato agli inquirenti di aver subito abusi sessuali dall'anziano sarto quando frequentavano la casa-scuola. Ora il materiale contenuto nel pc è finito sotto la lente d'ingrandimento della magistratura.
Francesco Oliva
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Lecce Prima Francesco Oliva

mercoledì 9 gennaio 2008

I legali di don Mauro pronti a dare battaglia per smontare le accuse

Violenza sessuale

Oggi non si va in aula. L'udienza è già stata annullata dal presidente della corte, Alessandro Bianchi, che ha preso atto dell'indisponibilità della madre di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, a essere presente. La donna è stata colpita da un malanno di stagione, l'influenza, e pertanto non potrà esserci. Penultima testimone chiesta dall'accusa ' rappresentata in aula dal pm Maria Vittoria Isella ' verrà interrogata alla ripresa del dibattimento il 21 gennaio. In quell'occasione ci sarà anche un consulente urologo della procura, che sarà chiamato a testimoniare. Poi, ultimati questi due testi che ancora rimangono, spazio all'esame dell'imputato, quel don Mauro ' canturino ' accusato di violenza sessuale su un minorenne. Don Mauro si è sempre opposto a ogni insinuazione sulla sua condotta in modo deciso e netto. Così come hanno sempre fatto in aula i suoi due legali, Guido Bomparola ed Ettore Martinelli. A loro giudizio va valutata pienamente l'attendibilità del giovane che ha denunciato «attenzioni particolari». Ma il presidente Bianchi ha già detto che il ragazzo, nel frattempo diventato maggiorenne, non verrà sentito in aula. Si terranno buone le dichiarazioni rilasciate finora. «Con me ne ha sempre parlato in modo molto scosso» ha detto nell'ultima udienza, quella di lunedì, Donato Santarcangelo, psicoterapeuta presso il quale la presunta vittima è tuttora in cura. Ma dal medico, durante la testimonianza, sono arrivate anche 'stoccate' ai metodi utilizzati dalla procura di Como per effettuare un interrogatorio al ragazzino. Santarcangelo ha definito la procedura utilizzata «sbagliata». E questo, secondo i legali di don Mauro, può essere un ulteriore elemento a vantaggio in un dibattimento che continua a riservare novità. Lo psicoterapeuta, inoltre, ha anche precisato che la situazione del giovanissimo era già molto difficile da prima che iniziasse la vicenda secondo quanto è riuscito a 'scavare' nella sua mente: «Il suo tormento interiore risale a vecchia data ' ha spiegato in aula - Probabilmente risale a quando i suoi genitori si sono separati».Il processo, dunque, sta per entrare nel vivo. Con i legali del religioso pronti a dare battaglia per arrivare a dimostrare l'assoluta estraneità di don Mauro. «Lo abbiamo sempre detto e lo ripetiamo ora - spiega Bomparola - Riteniamo di poter smontare ogni accusa». L'occasione per dimostrarlo si avvicina: tra poche udienze sarà proprio don Mauro a parlare in aula. Il pm Isella, da parte sua, ritiene di avere in mano tutti gli elementi per provare il contrario. Uno scontro verbale, il loro, destinato a diventare incandescente con l'avvicinarsi delle udienze decisive. Già dalla prossima, fissata per il 21 gennaio. La madre del religioso, attesa in aula, potrebbe anche avvalersi della facoltà di non rispondere. Rinviando tutto al figlio che, a quel punto, siederà sulla sedia davanti ai giudici per essere sentito e per spiegare la 'sua' verità.
Corriere di Como Marco Romualdi

martedì 8 gennaio 2008

Processo a don Stefanoni. Scintille tra PM e avvocati



Processo a don StefanoniScintille tra pm e avvocati


EX PARROCO DI LAGLIO



Altri tre testimoni. Sono quelli che hanno sfilato ieri mattina in Tribunale a Como di fronte ai giudici chiamati a giudicare don Mauro Stefanoni, l'ex parroco di Laglio accusato di violenza sessuale su un ragazzino minorenne all'epoca dei fatti. I tre, però, non hanno aggiunto granché a quanto finora è emerso nel corso del lungo dibattimento che deve ancora entrare nel vivo con la requisitoria del pm Maria Vittoria Isella e poi le repliche dei difensori e della parte civile. A parlare di don Mauro e del ragazzino che avrebbe subito le 'pesanti' attenzioni del religioso sono stati lo psicoterapeuta che da due anni ha in cura il giovane, poi una zia e un altro teste chiamato da fuori provincia, che però poco ha aggiunto a quanto già emerso. Lo specialista ha spiegato che di quella vicenda la presunta vittima parla «con lucidità e un po' di angoscia».Le scintille vere sono state altre in questa udienza: quelle tra il pm Maria Vittoria Isella, decisissima, e i legali del religioso, Guido Bomparola ed Ettore Martinelli. Il motivo del contendere è stata la mancata presenza in aula della madre di don Mauro, chiamata dalla Procura in qualità di teste. Ieri la donna non si è vista in Tribunale, ma ha mandato un certificato medico che attesta una forma influenzale e la necessità di riposo per alcuni giorni.A quel punto, certificato in mano, è stato il magistrato a chiedere - e ottenere - dal presidente del collegio, Alessandro Bianchi, l'annullamento dell'udienza di domani perché la donna non potrebbe essere presente. «La voglio sentire prima di tutti gli altri testi che ancora mancano'», ha detto il pm Isella nel lasciare - visibilmente contrariata - l'aula. Domani non se ne fa dunque nulla, si riprenderà lunedì 21 gennaio.
Marco Romualdi

Nella foto: In Tribunale non si svolgerà l'udienza prevista per domani. Si riprenderà lunedì 21 gennaio (Mv)
Fonte: Ciao Como 8 gennaio 2008

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